Io e gli altri: adolescenza

Archiviata la mia sessualità, andavo avanti concentrandomi sui miei doveri adolescenziali e coltivando le mie amicizie.
La mia vita si riassumeva in poche parole: scuola, chiesa e amici.
Nell’adolescenza i miei coetanei iniziavano ad avere i primi approcci con l’altro sesso. Le bambine che sino a qualche tempo fa erano considerate delle noiose palle al piede che giocavano con le bambole, troppo distanti dai maschietti intenti a giocare a pallone e a fare i selvaggi per strada, si trasformavano in ragazzine interessanti, oggetti del desiderio maschile. Partivano le letterine. C’erano i primi appuntamenti. L’attenzione dei ragazzini si focalizzava completamente alla ricerca del sesso femminile. Tanti erano i tentativi vani, tant’è che riuscire a ottenere un piccolo bacio era una conquista incredibile degna di essere raccontata agli altri compagni che provavano invidia. C’era un desiderio costante verso l’altro sesso, era un punzecchiamento (a volte reciproco) che però non si traduceva quasi mai in fatti concreti. In questo contesto il mio atteggiamento di completa indifferenza verso l’altro sesso poteva passare inosservato.
Quando queste mosse si tradussero in relazioni (più o meno stabili), per la prima volta, la differenza tra me e gli altri iniziò a palesarsi praticamente. Ero preoccupato, ma sapevo che il mio alibi avrebbe retto. Immaginavo che si potesse pensare che fossi un ragazzo timido e che, come succede a tanti, un giorno sarei riuscito anche io ad avvicinarmi al sesso femminile. Tra i miei amici girava l’idea che ero timido e introverso. Approfittavo del fatto che frequentassi la chiesa per ribadire il concetto cattolico di “sesso dopo il matrimonio”. Almeno temporaneamente ero riuscito nel mio obiettivo, avrei potuto procedere per qualche anno così senza essere sgamato. Qualche volta ripensavo al fatto che potesse essere soltanto una fase e che forse più tardi sarebbe sopraggiunto il “naturale” interesse per le donne. Ahimè no…che tonto!
I miei famigliari invece non fecero mai domande dirette sul mio rapporto con le ragazzine. I miei genitori, fortunatamente, mostrarono sempre un atteggiamento disinteressato. Odiavo invece il parente, amico di famiglia di turno che nella totale mancanza di argomenti di discussione tirava in ballo me chiedendomi davanti a tutti quando avrei presentato la mia ipotetica fidanzatina e avviando una conversazione tra tutti i presenti che si sentivano il diritto di esprimere un parere su questa tipa che per qualche malsano ragionamento, prima di piacere a me, avrebbe dovuto raccogliere il consenso di tutta la famiglia…Non potete immaginare il mio profondo imbarazzo. Tentavo quindi di glissare, alterando il discorso e introducendo qualche argomento di discussione più serio: malattie o decessi di parenti più o meno lontani che catturavano l’attenzione degli astanti. Tutto sommato riuscivo a dare l’idea del ragazzo riservato che come tanti a quell’età faceva le “cose” e se le teneva per sé senza comunicarle a nessuno, specialmente la propria famiglia.
In pratica riuscì a tenere sotto controllo il pensiero della gente: per i miei amici ero un ragazzo timido, poco intraprendente e un fervente cattolico; per la mia famiglia invece un ragazzo riservato in preda alla classica crisi adolescenziale.
E invece riuscivo a malapena a controllare i miei veri impulsi…

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