La fine dell’amicizia

Credo di essere rimasto solo, intrappolato in un limbo alla ricerca della porta d’ingresso della mia vita perché quella attuale è solo una pantomima di esistenza in cui io interpreto una parte.
Nel cammino del cambiamento si perdono le molteplici certezze basate sull’ipocrisia, si prova tanto dolore e si mietono vittime.
In questo limbo presente si anela verso il raggiungimento di un nuova condizione fondata sull’onestà. Oggi giorno ho smesso di coltivare rapporti ipocriti, insulsi. Non frequento ambienti tossici. Ho limitato la mia generosità e disponibilità. Non mi assumo impegni per curare gli interessi di altri. Ho imparato a frequentare eventi da solo e a non dipendere da nessuno. Credo nella crescita culturale perciò ho intensificato la lettura e lo studio per diletto. Sono diventato il paladino del “NO”. No ai condizionamenti, No alla banalità, No all’ignoranza.
Questo isolamento ha acuito le distanze tra me e gli altri. Ho eliminato nel tempo tante persone dalla mia cerchia di amici perché troppo presuntuosi, o ignoranti, o falsi o non sufficientemente interessanti. Tale scrematura ha irrimediabilmente aumentato le aspettative nei rapporti dei pochi rimasti. Ciò mi ha reso possessivo e intransigente e ha peggiorato le mie relazioni.
Nella mia vita priva di un partner, prima dell’affetto e del sostengo dei miei genitori, gli amici, quelli che puoi contare sulle dita di una mano diventano dei punti di riferimento ineguagliabili.
Le aspettative elevate e l’esigenza di passare del tempo di qualità inquinano i rapporti. Si perde la spontaneità, il divertimento, la leggerezza e affiora l’ansia per la paura della perdita che può essere fatale in una realtà come la mia in cui latitano presenze importanti.
Non sono un buon amico, non riesco a godere dei successi personali altrui perché ciò mi costringe a fare i conti con i miei traguardi e mi deprimo a pensare alle costellazioni di fallimenti della mia vita. Mentre passo del tempo con gli “amici di sempre” mi capita di ammutolirmi quando si parla di tappe importanti della vita, di lavoro, di progetti futuri.
Io sono impantanato nella mia condizione di inetto e mediocre. Incapace di portare a termine un percorso. Bloccato dalle difficoltà che insinuano dubbi sulle mie capacità.
Credo di avere dei contenuti, qualcosa da raccontare ma per evitare errori o per evitare di dire qualcosa non interessante per gli altri, intervengo solo se interpellato.
Penso a: come sia riuscito a complicare i miei rapporti e in quale momento abbia avvertito questo senso atroce di inferiorità, quando ho percepito le distanze e quando mi sono isolato per la prima volta dagli altri.
E’ triste pensare al tempo perso nel dolore quando sarebbe bastato bloccare queste dannate elucubrazioni mentali e semplicemente vivere.
Adesso però sono solo, col tentativo di ricostruire una nuova immagine.

Comunicazione inefficace

Per capirci meglio: credo che sia capitato a chiunque di perdere l’attimo giusto per poter pronunciare quella espressione, quel modo di dire o semplicemente quella parola in circostanze particolarmente emozionanti, in momenti concitati o magari mentre si discute, che solo in un secondo momento, a mente fredda, si materializza nei nostri pensieri ?!?…Ecco!…A me succede spesso e con frequenze sempre maggiori…
Mi accorgo che la mia comunicazione non è efficace e di non utilizzare quasi mai durante una conversazione le parole più pertinenti e di sentirmi quindi uno stupido incapace di esprimersi adeguatamente.
In qualsiasi ambito: lavoro, famiglia, amicizie, contesti formali…provo a parlare più lentamente possibile per dare il tempo alla mia mente di ricercare “la parola giusta” in una immaginaria immensa sala strapiena di pile di dizionari impolverati che ripetono nelle pagine sempre gli stessi lemmi. Così descrivo la mia attività di ricerca mentre parlo ed è quindi facilmente presumibile come questa tortura mi impedisca di esporre serenamente le mie opinioni, i miei pensieri e preferisca il silenzio e l’ascolto degli altri.
Nel tempo ho capito che la scrittura rappresenta il miglior strumento di comunicazione che mi permette di esprimere le mie opinioni. Il suono delle mie parole, della mia voce non mi appartengono. Riguardano una persona inetta, flemmatica e noiosa. Invece io penso velocemente usando una voce che riconosco mia e che non si traduce mai in un suono emesso. Risuona confinata nella mia testa.
Rifiuto i social più moderni che ci costringono a comunicare dal vivo in tempi ristretti provando ad essere il più possibile efficaci. Si tralascia il contenuto, la comprensibilità e si pensa esclusivamente alla migliore strategia di marketing da applicare per aumentare il numero dei propri seguaci. Siamo diventati dei frenetici venditori di fuffa. Non siamo quello che diciamo, ma come lo diciamo…
Questo mondo, indipendentemente dalla mia palese inadeguatezza comunicativa, non mi attira. Rimango sempre affascinato dagli oratori dal linguaggio fluente e forbito che lanciano tanti spunti di riflessione per menti che non sono più avvezze al ragionamento.
Mi sento anche a disagio quando utilizzo applicazioni di messaggistica istantanea. Spesso mentre scrivo mi blocco, poi trovo un errore, cancello, poi cambio altre parole e dopo finalmente clicco su invio… Praticamente questo supplizio costituito da cancellazioni, riprese, re-inizi riguardano anche le registrazioni vocali che sono soggette a una mia revisione più accurata.
In pratica con me perde valore la definizione stessa dello strumento.
Mi chiedo spesso come facciano gli altri (non tutti) che possiedono una certa proprietà di linguaggio, che danno voce ai loro pensieri e di conseguenza fanno la differenza. Io e quelli come me siamo solo destinati a seguire come dei fedeli cagnolini le opere degli altri, fantasticando di poter essere noi un giorno.
Spesso mi sono domandato quali potessero essere le cause del mio problema ipotizzando che dipendessero dalla mia insicurezza che condiziona la mia intera vita.
Insicurezza generata dalla prepotenza e indifferenza che hanno segnato la mia giovinezza.
Per adesso scrivo ma sogno un giorno di fare un discorso bello e sincero su un pulpito con tante persone all’ascolto senza provare nessun tipo di paura.

Progressi difficili (o impossibili)…

Qualche mese fa scrivevo…

I progressi si sono bloccati…in ogni ambito!
Quando ho problemi a lavoro sono travolto da un vortice che mi sbatte da destra sinistra rendendomi incapace di poter amministrare il flusso regolare della mia vita.
Ho messo da parte studio, letture, scrittura, sport…in poche parole ho messo da parte la mia persona per lasciare spazio totalmente ai miei impegni lavorativi.
L’ansia del lavoro accumulato, lo stress mentale dei problemi quotidiani mi impediscono di affrontare i miei irrisolti.
Si ripresenta il timore che tutto quello che ho iniziato possa andare a puttane.
La solita paura dell’inconcludente, dell’inetto.
Inizio qualsiasi cosa sempre particolarmente stimolato, pieno di energia…e poi al primo problema abbandono tutto perché credo di non potercela fare, perché il mio tempo è impegnato altrove e diventa impossibile dedicarmi ad altro.
La mia vita è come un castello di sabbia sulla riva che viene spazzato via dalla prima onda del mare…e bisogna ricostruirlo tutto di nuovo per l’ennesima volta. Quanti castelli costruiti a metà ho realizzato e distrutto. Mai uno terminato e consolidato, mai!
Questa condizione mi pesa. Sembra senza via d’uscita. Quando sono ottimista credo che durante il giorno porterò a compimento qualcosa e poi avrò le forze mentali e la sicurezza di riuscire a raggiungere altri risultati…Quando sono pessimista invece credo che sia impossibile cambiare la mia esistenza e mi resta semplicemente accettare la mia condizione.
A volte per giustificare la mia inettitudine mi convinco che non tutti sulla Terra siano destinati ad evolversi. Ci sono tante persone che magari sono limitate e che vorrebbero cambiare ma per proprie incapacità e per la proprio indole non ci riescono e quindi devono accettarsi e andare avanti. E anche io immagino che il mio destino sia quello di vivere nella mediocrità. Rispetto agli altri mi sento tanti passi indietro. L’ansia mi assale quando converso in un gruppo di persone; magari provo a sostenere la mia opinione e ho l’impressione che la sostanza dei miei contenuti sia impalpabile perché il mio linguaggio non è per niente efficace, incisivo e mentre parlo mi concentro di più sul linguaggio che sulla sostanza, risultando impreciso in entrambi gli aspetti.
La scrittura che ho scoperto da un anno invece è un ottimo strumento di comunicazione che mi permette di esprimere al meglio un concetto senza dover essere immediati e istintivi come succede durante una conversazione.
La scrittura è l’arma sicura per tutti i timorosi, i timidi che così possono comunicare un messaggio completo e profondo usufruendo di tutto il tempo a loro disposizione.
(Non a caso preferisco scrivere nelle conversazioni attraverso strumenti di messaggistica piuttosto che inviare registrazioni vocali).
Il fatto più grave nell’ultimo periodo è che ho abbandonato da un momento all’altro, senza dare spiegazioni a nessuno gli incontri del mercoledì con quella associazione che si occupa di diritti LGBT. Mi sentivo inadeguato, inopportuno. Ho ritenuto che loro fossero un livello troppo avanzato rispetto al mio. Loro sono emancipati. Hanno vissuto il periodo della consapevolezza, dell’accettazione, della dichiarazione al mondo e si sono mostrati fieramente per quelli che sono realmente al mondo intero senza preoccuparsi delle critiche. Si trovano attualmente nella fase in cui ritengono che la loro esperienza possa essere utile agli altri e fanno associazionismo. Quando presenziavo a queste riunioni, tranne la prima in cui mi sono presentato, sono sempre rimasto in silenzio perché mi sentivo incapace di poter apportare un qualsiasi tipo di contributo alle loro battaglie sociali. Scrivo “loro battaglie” perché anche se lavorano anche per facilitare la mia di vita, per il livello di coscienza della mia omosessualità non sento ancora mie. In confronto a loro io vivo in uno stato post-embrionale. Sono quindi un neonato che ha bisogno di essere guidato in questo nuovo mondo da persone esperte e fidate. Ho bisogno di capire come riuscire a gestire nella società questo fardello.
Ho bisogno per adesso di pensare solo a me stesso, di combattere la mia battaglia di emancipazione e di riconoscimento nel mondo…tutto il resto risulta essere una perdita di tempo…

Segreto di pulcinella…

Io credo che molti lo sappiano, da sempre.
Sono in pochissimi (quelli che non mi conoscono affatto) che mentre parlano con me fanno battute che riguardano ragazze.
I miei compagni storici sono stati abituati a non vedermi in compagnia di nessuno. Sanno che raramente ho fatto quei commenti volgari che solitamente caratterizzano l’adolescenza di un uomo e hanno sempre creduto che io non avessi mai avuto rapporti con delle ragazze.
Le loro impressioni erano fondate. Tranne le fidanzatine delle scuole elementari, l’unico rapporto che avessi mai instaurato con le ragazze era stato di semplice amicizia.
Con i miei amici coetanei non era facile durante la gioventù mantenere nascosto il mio segreto. Ho sempre nutrito nei confronti di alcuni di loro un profondo amore fraterno perché probabilmente non potendo manifestare la mia sessualità avevo concentrato tutti i miei sforzi sull’amicizia col tentativo vano e ridicolo di primeggiare in fantomatiche classifiche di preferenza dell’amicizia.
Quanti errori ho commesso. Invece avrei dovuto vivere alla luce del sole, essere diretto. Mi accorgo solo adesso, trentenne, che sarebbe stato utile confidarmi con un amico. Avrei evitato tante ansie e delusioni.
Tra i miei conoscenti non mancano quelli più diretti, e anche più bastardi, che durante le uscite di gruppo mi domandando: “ma perché non ti dichiari?!?” “Fallo, siamo nel 2019!”. Questi sono quelli totalmente insensibili e spavaldi che non vedono l’ora di mettermi in difficoltà per fare i “fenomeni” davanti agli altri incalzandomi con domande inopportune. In questo comportamento è assente l’interesse che potrebbero avere dei compagni sinceri di aiutarmi a mostrare la Verità per alleggerirmi dal peso delle preoccupazioni. A queste prevaricazioni subito assumevo una espressione seria in volto e rispondevo mandando a quel paese il mio aguzzino di turno.
L’ultima volta invece ho provato ad affrontare il discorso e ho detto “Quale problema ci sarebbe?” “E’ così fondamentale per voi sapere il mio orientamento”? “Questo cambierebbe il nostro rapporto?”. Le mie domande avevano sorpreso tutti, era la prima volta che reagivo. Era la prima volta che non escludevo il fatto che potessi essere gay. La questione era diventata importante e quelli che volevano mettermi in difficoltà si erano zittiti, come un po’ tutti, prima che si cambiasse definitivamente argomento di discussione.
E’ successo anche che un mio caro amico durante un viaggio mi chiedesse un po’ per scherzo, un po’ perché avrebbe voluto fare breccia nella mia corazza: “Tu perché non ti fidanzi…perché non stai con nessuno?”; In quel momento non provai nulla. Nemmeno imbarazzo. Forse un po’ di tristezza mista a freddezza. Non mi sarei voluto trovare in quella situazione. Non per quella domanda, ma per la mia condizione. Quella domanda nascondeva delle insidie…voleva parare altrove…
In un secondo pensai: “Dannazione !!! Avrei voluto una vita facile, e invece sono costretto a ricevere questo tipo di domande spiazzanti e sono ormai da tempo diventate argomento di conversazione le mie incapacità relazionali…che strazio”
Era piombato il silenzio. L’atmosfera era omertosa, e io rimasi in silenzio, imperturbabile; sembrava che tutti si aspettassero una mia mossa ma persi l’occasione di fare coming out. Quella uscita per certi versi disgraziata del mio amico si stava trasformando in una opportunità irripetibile. Ma così non fu…
Mi chiusi in me stesso e subito dopo prese la parola il mio migliore amico criticando la domanda dell’altro amico e dicendo che se io stavo bene così era giusto che vivessi in quel modo (cioè da solo perché questa è la mia condizione). Il discorso si concluse…
Che confusione mi circonda e che tristezza sapere che sia fondamentale che questo lato del mio essere debba necessariamente emergere…
Ma perché è così importante per il mondo il mio orientamento sessuale???

Natale…

Fin da quando ero piccolo attendevo che arrivasse il periodo natalizio – periodo perché in fin dei conti è l’attesa del Natale che crea più piacere del Natale stesso che una volta arrivato genera tristezza e nostalgia – perché mi piaceva l’idea che ci si scambiassero dei doni, che tutta la famiglia fosse riunita e che tutti gli attriti sembrassero magicamente appianati. Un periodo in cui c’era la tradizione di fare il presepe, l’albero e di predisporre la casa con gli addobbi e luci natalizie. Il 16 dicembre di ogni anno arrivava la novena che preparava noi adolescenti spiritualmente all’avvento del Signore caratterizzata dalla sveglia la mattina presto, le luci soffuse, la chiesa gremita e la cioccolata calda prima di andare a scuola. C’era il cibo, tanto cibo, anzi troppo…piatti deliziosi preparati dalle sapienti mani di mia zia in collaborazione con mia madre. Le giocate a carte, le tombolate…le risate provocate dagli impacci dei nonni…E poi ciò che rendeva ancora più speciale questo periodo erano tutti i giorni di vacanze che ti permettevano di passare tanto tempo con gli amici e prendere un periodo di pausa dalla scuola.
Questo scenario però non esiste più…
Il tempo è passato e la mia famiglia è invecchiata. E’ giunta la malattia che ha distrutto la serenità. Il piacere di stare insieme si è trasformato in consuetudine.
Le cose hanno assunto un valore differente. Adesso il Natale in famiglia rappresenta il tentativo di provare a incollare i pezzi di un vaso rotto da tempo. I pranzi, le cene sono sempre abbondanti, i manicaretti domestici hanno lasciato lo spazio a piatti acquistati altrove. La cura, l’amore per la cucina, la realizzazione di un buon cibo come atto d’amore è svanita. C’è la ricerca del semplice e del veloce. Manca la passione. Ci si trova a tavola così, per caso. Si mangia, si dice qualche scemenza. Ognuno matura la consapevolezza che avrebbe preferito passare quel momento nella tranquillità della propria solitudine. Gli avanzi sono esageratamente tanti; a significare che si voleva colmare il vuoto dell’anima con il cibo. La qualità non esiste in nessun contesto. Ognuno non vede l’ora che tutto finisca al più presto. Non si gioca a carte, siamo troppo pochi. I nonni non ci sono più. La novena ha perso interesse. Mi sono allontanato dalla chiesa e la mia fede vacilla.
Tutto è cambiato e piano piano sto imparando ad accettarlo…
Da piccolo era tutto più semplice, adesso la mia vista è più nitida. Tutto è più chiaro.
E nonostante sia dura la realtà preferisco non avere un velo in volto che maschera le brutture del mio mondo.
Se accettare la propria realtà, superando il confronto col passato è fattibile, è molto più difficile quando interagiamo con gli altri. Con i Natali degli altri.
Ci sono famiglie che sono riuscite a perpetrare la tradizione nei tempi. Hanno risposto alla morte con la vita. Hanno tralasciato gli egoismi personali per il bene della comunità. Hanno insomma mantenuto il piacere di condividere insieme questo splendido periodo. Certamente tutto è sempre molto condito dalle convenzioni sociali, anzi familiari ma è tutto deliziosamente genuino.
Non c’è posto per me nei Natali degli altri come è giusto che sia ma è triste vivere in solitudine questo periodo e mi resta rimanere in attesa degli altri, tra un atto di condivisione familiare e un altro.

Outing: Sì? No?

Mi capita di pensare sulla utilità di fare outing…
Credo che l’orientamento sessuale di un individuo sia esclusivamente una caratteristica che non dovrebbe in nessun modo determinare l’accettazione o meno di qualcuno nella società.
Io immagino una relazione omosessuale come una relazione eterosessuale: un rapporto vissuto serenamente, naturalmente senza l’intrusione di chi si sente legittimato a esprimere necessariamente un giudizio. Così dovrebbe essere…perciò l’outing è un fenomeno che andrebbe a porre risonanza a un qualcosa che non dovrebbe essere un argomento di discussione…E’ un’altra porzione di realtà, come tante altre, che esiste e si accetta senza dover essere giudicata.
Scrivo “giudicata” perché chiunque si sente in dovere di esprimere un parere sul tema dell’omosessualità e di entrare quindi in questo dibattito molto complesso e disordinato.
Io credo se ne parli troppo…e molto male. Bisognerebbe abbassare i toni, chiarire l’argomento e veicolare meglio il messaggio che spesso in certi eventi come il gay pride non giunge correttamente soprattutto tra le fasce sociali meno scolarizzate.
Purtroppo il mio punto di vista si staglierebbe in quel mondo utopico dove l’umanità della assoluta tolleranza tutto accetta, nulla critica e si emoziona davanti alla straordinaria varietà della natura.
Questo mondo non esiste, e io sono costretto a fare outing prima che qualcuno lo capisca, prima che ci siano delle prove, prima che si diffonda la notizia. Devo evitare che ci siano degli equivoci e delle errate interpretazioni. Per tutelare la mia persona dagli occhi indiscreti del paese, dallo scherno dei balordi, dalle risa dei ragazzini devo chiarire la mia posizione. Devo rendere pubblico un aspetto della mia vita privata.
Devo dichiararmi!
Mi chiedo come sarà: contatterò magari qualche amico, gli dirò che non avrò mai una moglie (forse capirà…) e lui mi chiederà probabilmente se potrà fare davanti a me battute sui froci e forse sarà felice per me.
Forse gli amici di una vita mi accetteranno senza indugi dimostrandomi solidarietà.
E gli altri? Famiglia, educandi, ancora amici e conoscenti…???
Sono preoccupato per le reazioni a catena che potrei causare…L’imprevedibilità e la complessità del meccanismo che potrei avviare fa naufragare la mia intenzione di fare outing.
D’altro canto percepisco l’impotenza di fronte alla caccia al gay perpetrata dalla nostra società che indaga sulle vite e attende il momento del coming out che è diventato ormai un evento mediatico di diffusione anche mondiale.
Vedo gente che piange, che si dispera; chi lo racconta ai propri amici, ai propri genitori. Con la stessa enfasi di uno che comunica di avere una malattia incurabile infettiva che per evitare il contagio mondiale ha l’obbligo di dover avvertire tutti oppure con lo stesso atteggiamento di uno che mosso dai sensi di colpa ammette di aver fatto una strage.
E’ incredibile come sia radicata in noi la cultura del senso di colpa ogni qualvolta palesiamo nella nostra individualità qualcosa che non sia “naturale” e che di conseguenza si senta il dovere di chiedere per forza scusa a qualcuno.
Il coming out per come lo interpreto io dovrebbe essere un momento di condivisione sentimentalmente elevato da vivere con le poche persone veramente importanti degne dell’onore di essere partecipi di un momento così intimo.
Così dovrebbe essere…e forse così sarà per me…

La dipendenza dagli altri

Crediamo che sia fondamentale cercare consenso sociale e quindi ci modelliamo in base a chi abbiamo di fronte. Facciamo ampi e ripetuti sorrisi. Ascoltiamo. Diciamo sempre sì. Accresciamo l’ego del nostro interlocutore. Più lui parla più proporzionalmente occultiamo la nostra vera personalità. Siamo destinati ad annullarci; ad abbandonare i nostri obiettivi. Ci rendiamo strumenti funzionali delle altrui volontà. La nostra vita è costituita dagli altri, non da noi stessi. Ci interessa rendere felici gli altri. Viviamo attraverso loro.
Siamo un po’ come le remore che si lasciano trasportare dagli squali. Le remore non determinano nulla, rimangono solo attaccate al più temibile dei predatori approfittando del trasporto e degli avanzi. Noi siamo questo, ci accontentiamo degli avanzi. Non ci rendiamo conto delle nostre reali possibilità. Escludiamo per paura, per abitudine, per pigrizia il cambiamento della nostra esistenza. Secondo la nostra prospettiva, piccole cose per i “predatori” diventano insormontabili per noi “remore”. La remora da sola sarebbe spacciata. La propria esistenza è legata a quella dello squalo. C’è una dipendenza impossibile da interrompere. Ma noi non siamo remore…siamo uomini come tutti e come tali abbiamo le stesse capacità e potenzialità. Dobbiamo solo rendercene conto!
Preferiamo trascorrere il tempo passivi nella nostra comfort zone evitando qualsiasi tipo di sforzo, sacrificio. Questa condizione ci impedisce di apportare delle novità.
Siamo troppo spaventati nell’intraprendere una nuova esperienza: un nuovo lavoro, una nuova amicizia, una qualsiasi attività. Rimaniamo alla fine a crogiolare nel nostro stato, vita natural durante.
Dobbiamo imparare ad avere fiducia in noi. Quante volte ho iniziato un progetto con enorme entusiasmo che ho abbandonato dopo un po’ di tempo senza raggiungere mai l’obiettivo. Questo meccanismo mentale si è ripetuto sistematicamente. A un certo punto mancano gli stimoli, le difficoltà diventano invalicabili. E’ impossibile andare avanti. Lasciamo un’attività e ci dedichiamo a un’altra in attesa di trovare quella che sia giusta per noi, quella che ci permetterà di raggiungere la meta.
In questa incertezza personale causata dalla inettitudine percepita da noi stessi diventa fondamentale l’altro che diventa un punto di riferimento.
Quando da soli non riusciamo a far funzionare nulla allora ci aggrappiamo agli altri. Perché l’altro è migliore di noi, riesce ad ottenere risultati. Merita la nostra attenzione, la nostra ammirazione. Alla presenza di queste persone talentuose serbiamo la speranza di essere infusi dalla loro scaltrezza.
Il problema è proprio l’oggetto che poniamo al centro della nostra analisi.
Dobbiamo tenere fuori gli altri!
La psicoterapia mi ha aiutato a porre la mia persona al centro della mia vita.
Nel mio cammino mi impegno in maniera sempre più incisiva a distaccarmi dalle cose degli altri: dal loro giudizio, dal loro consenso, dai loro progetti, dai loro pensieri; in modo che non influenzino nettamente la mia esistenza.
E’ importante avere le idee chiare, trovare la giusta strada incorrendo anche nell’errore ma dobbiamo imparare ad avere fiducia in noi stessi. Da lì parte la nostra crescita personale.
Per iniziare, seguiamo in ordine questi semplici passi:
• scrivere una lista degli interessi e passioni molto liberamente e onestamente.
• capire la fattibilità delle attività.
• pianificare tutte le attività settimanali – potrebbe servire un planning.
• imporsi di essere rigorosi e rispettosi della pianificazione – un po’ di sacrificio all’inizio potrebbe fruttare nel futuro.
• dedicarsi completamente alla nuova esperienza!
• non perdere la speranza alle prime difficoltà – è normale…bisogna andare avanti!
• non demoralizzarsi se non si dovesse raggiungere l’obiettivo – trovare una nuova attività e seguire gli stessi passaggi.

Una volta raggiunta la meta ci sentiremo realizzati, più sicuri di noi, e potremo con più facilità dedicarci ad altro con una maggiore consapevolezza di noi stessi.
Dobbiamo interrompere il fatalismo nutrito dai nostri insuccessi, avviando grazie al raggiungimento del nostro primo obiettivo un circolo virtuoso che sarà alimentato dai successivi successi.
Ci vorrà pazienza ma solo così potremmo guarire dalla dipendenza dagli altri.