Il matrimonio del mio migliore amico

Quasi un anno fa accadeva questo…
Come al solito il mio rapporto con il tempo è legato più ai ricordi che affiorano dopo che alle emozioni del presente.

Passeggiavamo lungo un molo, un pomeriggio della prima estate finché a un certo punto ci sedemmo e i miei amici mi comunicarono che avrei celebrato il loro matrimonio. Ero incredulo ed emozionato…
Non lo avrei mai immaginato…e per l’amore che provo per loro, per me sarebbe stato un grandissimo onore.
Che incredibile sorpresa…
Era un enorme fardello, un riconoscimento che mi inorgogliva da un lato e mi caricava di ansia e tensione dall’altro.
Il mio ruolo sarebbe stato fondamentale. Tutto doveva andare per il verso giusto.
Non avrei potuto fare gaffe. Avrei dovuto organizzare tutto perfettamente.
Sarebbe dovuta essere una giornata indimenticabile per gli sposi e per i presenti.
Di lì a poco per circa un mese mi sono trovato a coordinare tutti gli aspetti legati al rito. Un amico celebrante professionista mi aveva dato dei consigli e passato la copia del libretto di un matrimonio civile da lui celebrato.
Mi sentivo costantemente con gli sposi per dettagli tecnici e per la stesura dello scambio delle promesse. Davo disposizioni ad altri due amici che avrebbero parlato durante la celebrazione e qualche giorno prima contattai il Comune ospitante per definire gli ultimi dettagli.
Ci tenevo troppo che andasse tutto per il verso giusto.
Iniziai intanto a scrivere la mia introduzione.
Avevo visto alcuni video su Youtube per trarre l’ispirazione ma non mi convinceva la chiave troppo ironica dei discorsi. Ritenevo che troppe risate non avrebbero dato la giusta rilevanza all’atto che si sarebbe compiuto in quel momento. Bisognava essere più equilibrati. Sarei dovuto essere me stesso. Un po’ istituzionale, un po’ formale, un po’ prete buono (visti i trascorsi). Forse più di tanti altri avrei potuto elevare quel momento perché magari avevo ben chiara l’immagine rigorosa del matrimonio in chiesa con la sua ritualità e con gli istanti commoventi durante lo scambio delle promesse e delle fedi.
Nel matrimonio civile tutto ( o quasi) è personalizzabile. Addio ai soliti brani suonati in chiesa, pieno spazio ai gusti musicali degli sposi. Le promesse preparate sviluppate sull’esperienza di vita vissuta sino a quel momento. I brani letti dagli amici che hanno commosso tutti e che narravano teneramente la storia romanzata dei nostri amati sposi. La mia presentazione che esaltava i pregi della loro relazione assunta come esempio della coppia perfetta che si ama ogni giorno come se fosse il primo e che lascia piena libertà al proprio partner nel rispetto dell’altro. Ho parlato dell’istituzione del matrimonio e della sua bellezza. Poi c’è stato il momento della lettura degli articoli e ho cercato da buon delegato del Comune di dare il giusto tono solenne.
Ricordare tutti questi momenti mi emoziona. Avere la fortuna di essere stato partecipe di questo agglomerato di sentimenti che quel giorno hanno unito tutti è bellissimo. Un tripudio di emozioni, molto difficili da spiegare.
Sembrava come se il flusso dell’amore dei miei amici sposi che abbiamo celebrato si fosse diffuso in ognuno di noi rendendo possibile questa splendida celebrazione e questo splendido matrimonio.
Mai mi è sembrato che i contenuti messi in campo fossero così elevati. Difficilmente in un qualsiasi contesto sociale ho provato e percepito questa effervescenza nell’aria. Questo desiderio di comunicare e condividere emozioni. Come se questa celebrazione avesse scardinato una porta arrugginita, vecchia bloccata e chiusa da tempo. La porta delle emozioni che nella società attuale spesso sorda e intollerante preferiamo tenere sbarrata. Ma la magia di quel giorno ci ha reso tutti un po’ vulnerabili. Tutti uniti dal profondo bene per i nostri cari sposi. Ci siamo sentiti tutti più liberi e leggeri, abbiamo dato sfoggio alle nostre emozioni.
Noi che siamo intervenuti abbiamo dato voce a tutti i presenti.
Alla fine della celebrazione io avevo evitato di fare brutte figure e tutto sembrava perfetto. Molti hanno apprezzato questa rito e si sono complimentati con me e con tutti quanti.
L’obiettivo era stato raggiunto: rendere onore all’amore dei miei amici.
La giornata è stata indimenticabile…

Il triste volto dell’evidenza

Ogni giorno vanifico il tentativo di dare forma alla mia vita.
Mi inerpico per le ripide scale senza fine della mia mente. Mi adopero ogni giorno come un matto per riempire ogni vuoto. Cerco di ottenere la massima produttività. Cerco di compiere attività utili alla mia crescita. Provo a diventare un uomo migliore o almeno un uomo con tutte le responsabilità e progettualità che lo differiscono dal ragazzino. E’ incredibile come puntualmente tutto quello che faccio sia destinato a fallire e che debba ogni volta ricominciare da capo.
In tutta questa fragilità, c’è l’unica salda certezza della passione per il cibo.
Un amore che non è nato per naturale attrazione ma per compensazione della miseria che mi circonda.
Il cibo è una costante. C’è sempre. Non ti abbandona, non ti giudica…
Noi scandiamo gli elementi della giornata tenendo conto della distribuzione dei nostri pasti. Aspettiamo la domenica per stare insieme alla famiglia mangiando i piatti preparati dalla nonna. Quando usciamo mangiamo, o usciamo per mangiare…
Il cibo è fondamentale. Per alcuni è un aspetto della vita come tanti altri, per i più insensibili il cibo è solo uno strumento di sostentamento, per noi peccatori di gola il cibo è sicurezza, consolazione, sapore della vita…
Si arriva all’esaltazione del cibo, quasi all’idolatria. Il cibo è intoccabile. E’ un dio pagano che offre la soluzione a tutti i problemi in cambio dell’aumento di peso, della perdita di forma fisica, patologie cardiache ecce cc…
Nonostante sia consapevole del male procurato dai miei pasti pantagruelici; quelli come me, non riescono a trovare sufficienti motivazioni per arrestarsi.
Provo una grande soddisfazione che è difficilmente raggiungibile in altri campi.
Ma il cibo non è clemente; è un compagno che in cambio di un piacere rapido ed effimero, prende il possesso della tua mente, stregandola e obbligandola alla totale dipendenza. E quando meno te lo aspetti ti senti più voluminoso, più lento e la semplice azione dell’allacciarsi le scarpe diventa un’erculea impresa.
E’ incredibile come riesca il cibo a ottenebrare la mente a quelli come me che hanno trovato nel cibo una esaustiva valvola di sfogo.
Ho notato, da qualche giorno che ho iniziato a punzecchiare la mia maglietta…
La maglietta si ripiega sotto il grasso, si appiccica, mi fa caldo, divento sudaticcio e allora devo sistemarla, ed è fondamentale questo punzecchiamento.
E’ una narrazione orribile e vergognosa però, immagino che tutti gli over-size sappiano di cosa sto parlando. E’ avvilente.
Arrivare a questo punto significa essere entrati in una condizione patologica nella quale lo scellerato rapporto con il cibo evidenzia l’assenza di esperienze e relazioni fondamentali per la vita di un uomo.
Molti potrebbero pensare che io sia una persona lagnosa, pigra e arrendevole ma vi assicuro che da parte mia c’è sempre stato il tentativo di cambiare qualcosa adottando la migliore dieta del momento.
Nonostante abbia ricevuto dei discreti risultati nel breve periodo, quando terminavo recuperavo repentinamente peso, diventando molto più famelico.
Per esperienza ho compreso che questa storia non sarà mai alla battute conclusive finché non avrò coraggio di affrontare delle tematiche delicate come la mia sessualità.
Per adesso riconosco di avere un problema che tenderà a peggiorare.
Prometto a me stesso di limitarmi ma so già che renderò tutto vano finché non sarò onesto con me stesso e gli altri.

Comunicazione inefficace

Per capirci meglio: credo che sia capitato a chiunque di perdere l’attimo giusto per poter pronunciare quella espressione, quel modo di dire o semplicemente quella parola in circostanze particolarmente emozionanti, in momenti concitati o magari mentre si discute, che solo in un secondo momento, a mente fredda, si materializza nei nostri pensieri ?!?…Ecco!…A me succede spesso e con frequenze sempre maggiori…
Mi accorgo che la mia comunicazione non è efficace e di non utilizzare quasi mai durante una conversazione le parole più pertinenti e di sentirmi quindi uno stupido incapace di esprimersi adeguatamente.
In qualsiasi ambito: lavoro, famiglia, amicizie, contesti formali…provo a parlare più lentamente possibile per dare il tempo alla mia mente di ricercare “la parola giusta” in una immaginaria immensa sala strapiena di pile di dizionari impolverati che ripetono nelle pagine sempre gli stessi lemmi. Così descrivo la mia attività di ricerca mentre parlo ed è quindi facilmente presumibile come questa tortura mi impedisca di esporre serenamente le mie opinioni, i miei pensieri e preferisca il silenzio e l’ascolto degli altri.
Nel tempo ho capito che la scrittura rappresenta il miglior strumento di comunicazione che mi permette di esprimere le mie opinioni. Il suono delle mie parole, della mia voce non mi appartengono. Riguardano una persona inetta, flemmatica e noiosa. Invece io penso velocemente usando una voce che riconosco mia e che non si traduce mai in un suono emesso. Risuona confinata nella mia testa.
Rifiuto i social più moderni che ci costringono a comunicare dal vivo in tempi ristretti provando ad essere il più possibile efficaci. Si tralascia il contenuto, la comprensibilità e si pensa esclusivamente alla migliore strategia di marketing da applicare per aumentare il numero dei propri seguaci. Siamo diventati dei frenetici venditori di fuffa. Non siamo quello che diciamo, ma come lo diciamo…
Questo mondo, indipendentemente dalla mia palese inadeguatezza comunicativa, non mi attira. Rimango sempre affascinato dagli oratori dal linguaggio fluente e forbito che lanciano tanti spunti di riflessione per menti che non sono più avvezze al ragionamento.
Mi sento anche a disagio quando utilizzo applicazioni di messaggistica istantanea. Spesso mentre scrivo mi blocco, poi trovo un errore, cancello, poi cambio altre parole e dopo finalmente clicco su invio… Praticamente questo supplizio costituito da cancellazioni, riprese, re-inizi riguardano anche le registrazioni vocali che sono soggette a una mia revisione più accurata.
In pratica con me perde valore la definizione stessa dello strumento.
Mi chiedo spesso come facciano gli altri (non tutti) che possiedono una certa proprietà di linguaggio, che danno voce ai loro pensieri e di conseguenza fanno la differenza. Io e quelli come me siamo solo destinati a seguire come dei fedeli cagnolini le opere degli altri, fantasticando di poter essere noi un giorno.
Spesso mi sono domandato quali potessero essere le cause del mio problema ipotizzando che dipendessero dalla mia insicurezza che condiziona la mia intera vita.
Insicurezza generata dalla prepotenza e indifferenza che hanno segnato la mia giovinezza.
Per adesso scrivo ma sogno un giorno di fare un discorso bello e sincero su un pulpito con tante persone all’ascolto senza provare nessun tipo di paura.

Imbalsamato…le scelte degli altri…

Praticamente mi accorgo per l’ennesima volta di essermi arenato. Sono bloccato, non riesco più ad andare avanti e nemmeno indietro. Posso solo sparire per tele-trasportarmi altrove. Perché quando abbandono un percorso ne inizio un altro. Quando incomincio qualcosa nutro la speranza che ciò possa essere una via di fuga che mi porti lontano dalla mia prigione. Ma sistematicamente qualcosa non funziona.
Ho alimentato il dubbio che le mie “scelte” in fin dei conti fossero indotte da qualcuno, qualcosa e mai pienamente consapevoli. Per questo motivo, forse, dopo l’entusiasmo iniziale legato alla novità succedeva che il mio interesse, il mio impegno si affievolisse e prendesse il sopravvento la pigrizia e poi la depressione…e sentissi l’esigenza di essere accompagnato perché tutto quello che faccio da solo non riesco a portarlo a compimento. Non ho la forza. Non ho la capacità. Così la vedo e perciò dopo un po’ di tempo lascio tutto e metto da parte.
Quando invece iniziavo un percorso insieme ad un’altra persona riuscivo a terminarlo perché mi sentivo sicuro e protetto.
Quello che sono oggi è il risultato delle scelte di altri che hanno deciso per me o mi hanno accompagnato al raggiungimento di un obiettivo. Gli altri possiedono il carattere giusto per affrontare la vita, io invece la vita l’ho sempre scansata, concentrandomi soltanto sul tentativo di sopravvivere. Sono il frutto del flusso degli eventi che si susseguono senza controllo.
Non ho mai scelto nulla nella mia vita. Sono sempre stato “portato” dal destino come un cane tenuto al guinzaglio dal proprio padrone. Sono figlio del contesto in cui ho vissuto. E’ come se seguissi un percorso generico prestabilito da quando sono nato per tutti quelli che nascono qui. Non c’è nulla di mio, delle mie passioni, non ci sono “diritti d’autore”.
Già prima che io nascessi, uno avrebbe potuto facilmente prevedere la vita, secondo gli schemi, del ragazzo che sarei stato. Ho fatto tutto secondo convenzione sia perché il convenzionale ti rassicura sia perché non avevo nulla di originale da dire e nessuno che mi spronasse a comunicare.
Mi ripetevo continuamente qualcosa che inconsciamente ho sempre saputo: “Non ho mai scelto”

Progressi difficili (o impossibili)…

Qualche mese fa scrivevo…

I progressi si sono bloccati…in ogni ambito!
Quando ho problemi a lavoro sono travolto da un vortice che mi sbatte da destra sinistra rendendomi incapace di poter amministrare il flusso regolare della mia vita.
Ho messo da parte studio, letture, scrittura, sport…in poche parole ho messo da parte la mia persona per lasciare spazio totalmente ai miei impegni lavorativi.
L’ansia del lavoro accumulato, lo stress mentale dei problemi quotidiani mi impediscono di affrontare i miei irrisolti.
Si ripresenta il timore che tutto quello che ho iniziato possa andare a puttane.
La solita paura dell’inconcludente, dell’inetto.
Inizio qualsiasi cosa sempre particolarmente stimolato, pieno di energia…e poi al primo problema abbandono tutto perché credo di non potercela fare, perché il mio tempo è impegnato altrove e diventa impossibile dedicarmi ad altro.
La mia vita è come un castello di sabbia sulla riva che viene spazzato via dalla prima onda del mare…e bisogna ricostruirlo tutto di nuovo per l’ennesima volta. Quanti castelli costruiti a metà ho realizzato e distrutto. Mai uno terminato e consolidato, mai!
Questa condizione mi pesa. Sembra senza via d’uscita. Quando sono ottimista credo che durante il giorno porterò a compimento qualcosa e poi avrò le forze mentali e la sicurezza di riuscire a raggiungere altri risultati…Quando sono pessimista invece credo che sia impossibile cambiare la mia esistenza e mi resta semplicemente accettare la mia condizione.
A volte per giustificare la mia inettitudine mi convinco che non tutti sulla Terra siano destinati ad evolversi. Ci sono tante persone che magari sono limitate e che vorrebbero cambiare ma per proprie incapacità e per la proprio indole non ci riescono e quindi devono accettarsi e andare avanti. E anche io immagino che il mio destino sia quello di vivere nella mediocrità. Rispetto agli altri mi sento tanti passi indietro. L’ansia mi assale quando converso in un gruppo di persone; magari provo a sostenere la mia opinione e ho l’impressione che la sostanza dei miei contenuti sia impalpabile perché il mio linguaggio non è per niente efficace, incisivo e mentre parlo mi concentro di più sul linguaggio che sulla sostanza, risultando impreciso in entrambi gli aspetti.
La scrittura che ho scoperto da un anno invece è un ottimo strumento di comunicazione che mi permette di esprimere al meglio un concetto senza dover essere immediati e istintivi come succede durante una conversazione.
La scrittura è l’arma sicura per tutti i timorosi, i timidi che così possono comunicare un messaggio completo e profondo usufruendo di tutto il tempo a loro disposizione.
(Non a caso preferisco scrivere nelle conversazioni attraverso strumenti di messaggistica piuttosto che inviare registrazioni vocali).
Il fatto più grave nell’ultimo periodo è che ho abbandonato da un momento all’altro, senza dare spiegazioni a nessuno gli incontri del mercoledì con quella associazione che si occupa di diritti LGBT. Mi sentivo inadeguato, inopportuno. Ho ritenuto che loro fossero un livello troppo avanzato rispetto al mio. Loro sono emancipati. Hanno vissuto il periodo della consapevolezza, dell’accettazione, della dichiarazione al mondo e si sono mostrati fieramente per quelli che sono realmente al mondo intero senza preoccuparsi delle critiche. Si trovano attualmente nella fase in cui ritengono che la loro esperienza possa essere utile agli altri e fanno associazionismo. Quando presenziavo a queste riunioni, tranne la prima in cui mi sono presentato, sono sempre rimasto in silenzio perché mi sentivo incapace di poter apportare un qualsiasi tipo di contributo alle loro battaglie sociali. Scrivo “loro battaglie” perché anche se lavorano anche per facilitare la mia di vita, per il livello di coscienza della mia omosessualità non sento ancora mie. In confronto a loro io vivo in uno stato post-embrionale. Sono quindi un neonato che ha bisogno di essere guidato in questo nuovo mondo da persone esperte e fidate. Ho bisogno di capire come riuscire a gestire nella società questo fardello.
Ho bisogno per adesso di pensare solo a me stesso, di combattere la mia battaglia di emancipazione e di riconoscimento nel mondo…tutto il resto risulta essere una perdita di tempo…

Segreto di pulcinella…

Io credo che molti lo sappiano, da sempre.
Sono in pochissimi (quelli che non mi conoscono affatto) che mentre parlano con me fanno battute che riguardano ragazze.
I miei compagni storici sono stati abituati a non vedermi in compagnia di nessuno. Sanno che raramente ho fatto quei commenti volgari che solitamente caratterizzano l’adolescenza di un uomo e hanno sempre creduto che io non avessi mai avuto rapporti con delle ragazze.
Le loro impressioni erano fondate. Tranne le fidanzatine delle scuole elementari, l’unico rapporto che avessi mai instaurato con le ragazze era stato di semplice amicizia.
Con i miei amici coetanei non era facile durante la gioventù mantenere nascosto il mio segreto. Ho sempre nutrito nei confronti di alcuni di loro un profondo amore fraterno perché probabilmente non potendo manifestare la mia sessualità avevo concentrato tutti i miei sforzi sull’amicizia col tentativo vano e ridicolo di primeggiare in fantomatiche classifiche di preferenza dell’amicizia.
Quanti errori ho commesso. Invece avrei dovuto vivere alla luce del sole, essere diretto. Mi accorgo solo adesso, trentenne, che sarebbe stato utile confidarmi con un amico. Avrei evitato tante ansie e delusioni.
Tra i miei conoscenti non mancano quelli più diretti, e anche più bastardi, che durante le uscite di gruppo mi domandando: “ma perché non ti dichiari?!?” “Fallo, siamo nel 2019!”. Questi sono quelli totalmente insensibili e spavaldi che non vedono l’ora di mettermi in difficoltà per fare i “fenomeni” davanti agli altri incalzandomi con domande inopportune. In questo comportamento è assente l’interesse che potrebbero avere dei compagni sinceri di aiutarmi a mostrare la Verità per alleggerirmi dal peso delle preoccupazioni. A queste prevaricazioni subito assumevo una espressione seria in volto e rispondevo mandando a quel paese il mio aguzzino di turno.
L’ultima volta invece ho provato ad affrontare il discorso e ho detto “Quale problema ci sarebbe?” “E’ così fondamentale per voi sapere il mio orientamento”? “Questo cambierebbe il nostro rapporto?”. Le mie domande avevano sorpreso tutti, era la prima volta che reagivo. Era la prima volta che non escludevo il fatto che potessi essere gay. La questione era diventata importante e quelli che volevano mettermi in difficoltà si erano zittiti, come un po’ tutti, prima che si cambiasse definitivamente argomento di discussione.
E’ successo anche che un mio caro amico durante un viaggio mi chiedesse un po’ per scherzo, un po’ perché avrebbe voluto fare breccia nella mia corazza: “Tu perché non ti fidanzi…perché non stai con nessuno?”; In quel momento non provai nulla. Nemmeno imbarazzo. Forse un po’ di tristezza mista a freddezza. Non mi sarei voluto trovare in quella situazione. Non per quella domanda, ma per la mia condizione. Quella domanda nascondeva delle insidie…voleva parare altrove…
In un secondo pensai: “Dannazione !!! Avrei voluto una vita facile, e invece sono costretto a ricevere questo tipo di domande spiazzanti e sono ormai da tempo diventate argomento di conversazione le mie incapacità relazionali…che strazio”
Era piombato il silenzio. L’atmosfera era omertosa, e io rimasi in silenzio, imperturbabile; sembrava che tutti si aspettassero una mia mossa ma persi l’occasione di fare coming out. Quella uscita per certi versi disgraziata del mio amico si stava trasformando in una opportunità irripetibile. Ma così non fu…
Mi chiusi in me stesso e subito dopo prese la parola il mio migliore amico criticando la domanda dell’altro amico e dicendo che se io stavo bene così era giusto che vivessi in quel modo (cioè da solo perché questa è la mia condizione). Il discorso si concluse…
Che confusione mi circonda e che tristezza sapere che sia fondamentale che questo lato del mio essere debba necessariamente emergere…
Ma perché è così importante per il mondo il mio orientamento sessuale???

Outing: Sì? No?

Mi capita di pensare sulla utilità di fare outing…
Credo che l’orientamento sessuale di un individuo sia esclusivamente una caratteristica che non dovrebbe in nessun modo determinare l’accettazione o meno di qualcuno nella società.
Io immagino una relazione omosessuale come una relazione eterosessuale: un rapporto vissuto serenamente, naturalmente senza l’intrusione di chi si sente legittimato a esprimere necessariamente un giudizio. Così dovrebbe essere…perciò l’outing è un fenomeno che andrebbe a porre risonanza a un qualcosa che non dovrebbe essere un argomento di discussione…E’ un’altra porzione di realtà, come tante altre, che esiste e si accetta senza dover essere giudicata.
Scrivo “giudicata” perché chiunque si sente in dovere di esprimere un parere sul tema dell’omosessualità e di entrare quindi in questo dibattito molto complesso e disordinato.
Io credo se ne parli troppo…e molto male. Bisognerebbe abbassare i toni, chiarire l’argomento e veicolare meglio il messaggio che spesso in certi eventi come il gay pride non giunge correttamente soprattutto tra le fasce sociali meno scolarizzate.
Purtroppo il mio punto di vista si staglierebbe in quel mondo utopico dove l’umanità della assoluta tolleranza tutto accetta, nulla critica e si emoziona davanti alla straordinaria varietà della natura.
Questo mondo non esiste, e io sono costretto a fare outing prima che qualcuno lo capisca, prima che ci siano delle prove, prima che si diffonda la notizia. Devo evitare che ci siano degli equivoci e delle errate interpretazioni. Per tutelare la mia persona dagli occhi indiscreti del paese, dallo scherno dei balordi, dalle risa dei ragazzini devo chiarire la mia posizione. Devo rendere pubblico un aspetto della mia vita privata.
Devo dichiararmi!
Mi chiedo come sarà: contatterò magari qualche amico, gli dirò che non avrò mai una moglie (forse capirà…) e lui mi chiederà probabilmente se potrà fare davanti a me battute sui froci e forse sarà felice per me.
Forse gli amici di una vita mi accetteranno senza indugi dimostrandomi solidarietà.
E gli altri? Famiglia, educandi, ancora amici e conoscenti…???
Sono preoccupato per le reazioni a catena che potrei causare…L’imprevedibilità e la complessità del meccanismo che potrei avviare fa naufragare la mia intenzione di fare outing.
D’altro canto percepisco l’impotenza di fronte alla caccia al gay perpetrata dalla nostra società che indaga sulle vite e attende il momento del coming out che è diventato ormai un evento mediatico di diffusione anche mondiale.
Vedo gente che piange, che si dispera; chi lo racconta ai propri amici, ai propri genitori. Con la stessa enfasi di uno che comunica di avere una malattia incurabile infettiva che per evitare il contagio mondiale ha l’obbligo di dover avvertire tutti oppure con lo stesso atteggiamento di uno che mosso dai sensi di colpa ammette di aver fatto una strage.
E’ incredibile come sia radicata in noi la cultura del senso di colpa ogni qualvolta palesiamo nella nostra individualità qualcosa che non sia “naturale” e che di conseguenza si senta il dovere di chiedere per forza scusa a qualcuno.
Il coming out per come lo interpreto io dovrebbe essere un momento di condivisione sentimentalmente elevato da vivere con le poche persone veramente importanti degne dell’onore di essere partecipi di un momento così intimo.
Così dovrebbe essere…e forse così sarà per me…

La dipendenza dagli altri

Crediamo che sia fondamentale cercare consenso sociale e quindi ci modelliamo in base a chi abbiamo di fronte. Facciamo ampi e ripetuti sorrisi. Ascoltiamo. Diciamo sempre sì. Accresciamo l’ego del nostro interlocutore. Più lui parla più proporzionalmente occultiamo la nostra vera personalità. Siamo destinati ad annullarci; ad abbandonare i nostri obiettivi. Ci rendiamo strumenti funzionali delle altrui volontà. La nostra vita è costituita dagli altri, non da noi stessi. Ci interessa rendere felici gli altri. Viviamo attraverso loro.
Siamo un po’ come le remore che si lasciano trasportare dagli squali. Le remore non determinano nulla, rimangono solo attaccate al più temibile dei predatori approfittando del trasporto e degli avanzi. Noi siamo questo, ci accontentiamo degli avanzi. Non ci rendiamo conto delle nostre reali possibilità. Escludiamo per paura, per abitudine, per pigrizia il cambiamento della nostra esistenza. Secondo la nostra prospettiva, piccole cose per i “predatori” diventano insormontabili per noi “remore”. La remora da sola sarebbe spacciata. La propria esistenza è legata a quella dello squalo. C’è una dipendenza impossibile da interrompere. Ma noi non siamo remore…siamo uomini come tutti e come tali abbiamo le stesse capacità e potenzialità. Dobbiamo solo rendercene conto!
Preferiamo trascorrere il tempo passivi nella nostra comfort zone evitando qualsiasi tipo di sforzo, sacrificio. Questa condizione ci impedisce di apportare delle novità.
Siamo troppo spaventati nell’intraprendere una nuova esperienza: un nuovo lavoro, una nuova amicizia, una qualsiasi attività. Rimaniamo alla fine a crogiolare nel nostro stato, vita natural durante.
Dobbiamo imparare ad avere fiducia in noi. Quante volte ho iniziato un progetto con enorme entusiasmo che ho abbandonato dopo un po’ di tempo senza raggiungere mai l’obiettivo. Questo meccanismo mentale si è ripetuto sistematicamente. A un certo punto mancano gli stimoli, le difficoltà diventano invalicabili. E’ impossibile andare avanti. Lasciamo un’attività e ci dedichiamo a un’altra in attesa di trovare quella che sia giusta per noi, quella che ci permetterà di raggiungere la meta.
In questa incertezza personale causata dalla inettitudine percepita da noi stessi diventa fondamentale l’altro che diventa un punto di riferimento.
Quando da soli non riusciamo a far funzionare nulla allora ci aggrappiamo agli altri. Perché l’altro è migliore di noi, riesce ad ottenere risultati. Merita la nostra attenzione, la nostra ammirazione. Alla presenza di queste persone talentuose serbiamo la speranza di essere infusi dalla loro scaltrezza.
Il problema è proprio l’oggetto che poniamo al centro della nostra analisi.
Dobbiamo tenere fuori gli altri!
La psicoterapia mi ha aiutato a porre la mia persona al centro della mia vita.
Nel mio cammino mi impegno in maniera sempre più incisiva a distaccarmi dalle cose degli altri: dal loro giudizio, dal loro consenso, dai loro progetti, dai loro pensieri; in modo che non influenzino nettamente la mia esistenza.
E’ importante avere le idee chiare, trovare la giusta strada incorrendo anche nell’errore ma dobbiamo imparare ad avere fiducia in noi stessi. Da lì parte la nostra crescita personale.
Per iniziare, seguiamo in ordine questi semplici passi:
• scrivere una lista degli interessi e passioni molto liberamente e onestamente.
• capire la fattibilità delle attività.
• pianificare tutte le attività settimanali – potrebbe servire un planning.
• imporsi di essere rigorosi e rispettosi della pianificazione – un po’ di sacrificio all’inizio potrebbe fruttare nel futuro.
• dedicarsi completamente alla nuova esperienza!
• non perdere la speranza alle prime difficoltà – è normale…bisogna andare avanti!
• non demoralizzarsi se non si dovesse raggiungere l’obiettivo – trovare una nuova attività e seguire gli stessi passaggi.

Una volta raggiunta la meta ci sentiremo realizzati, più sicuri di noi, e potremo con più facilità dedicarci ad altro con una maggiore consapevolezza di noi stessi.
Dobbiamo interrompere il fatalismo nutrito dai nostri insuccessi, avviando grazie al raggiungimento del nostro primo obiettivo un circolo virtuoso che sarà alimentato dai successivi successi.
Ci vorrà pazienza ma solo così potremmo guarire dalla dipendenza dagli altri.

Dubbi esistenziali: …io dov’ero?

Nel processo di miglioramento che ho iniziato e che riguarda quasi tutti gli ambiti della mia vita, mi soffermo ad analizzare le cose (fatte, dette) delle persone che provengono dal mio stesso retroterra.
Mi domando: “Ma…io dov’ero? Perché ho perso certe esperienze? Come faccio a non conoscere fatti o cose delle quali tutti parlano?
Questo processo mentale parte quando amici parlano per esempio di una canzone, di un tormentone, di un gioco, un fatto, un aneddoto fissati nel passato di cui tutti sanno, di cui tutti parlano tranne me. Perché?
Forse non c’ero. Boh
Ma quel non essere non si riferisce alla presenza fisica in un luogo ma alla mia condizione di totale assenza nella vita. Un non vivere fluttuante lontano dalle cose comuni e alimentato dalle cose del proprio mondo.
Il mio atteggiamento da bambino solitario poco incline al rapportarsi con gli altri mi ha permesso di creare un punto di vista unico e diverso dagli altri che ne condividevano l’essenza.
Al mio dubbio esistenziale potrei rispondere che ero nella realtà costruita da me e costituita da ciò che osservavo. Questa mia diversità mi portava a preferire la lettura dell’Ivanhoe di Walter Scott in estate al posto di giocare a pallone in strada,
sostituire la filatelia alla collezione delle figurine Panini, evitare di richiedere scarpe e vestiti alla moda privilegiando un abbigliamento più classico e retrò.
Parlavo una lingua diversa dal resto dei miei coetanei…
Un altro fattore che ha contribuito ad ampliare il gap è stata la generazione dei miei genitori: nati nell’immediato dopo guerra, avevano ricevuto una educazione rigida che addestrava al sacrificio e al senso pratico e non dava spazio alle futilità. Erano sempre tra i genitori più grandi e non possedevano ingenuamente gli strumenti per cogliere quelle piccolezze che all’interno di una classe, di un gruppo parrocchiale influenzavano la condivisione e l’integrazione in tenera età.
Oggi realizzo che mancano nella mia giovinezza quei tratti tipici, distintivi che tanto hanno caratterizzato quella dei miei coetanei.
Non ero mai sul pezzo. Non stavo sulla stessa lunghezza d’onda dei miei amici.
Percepivo le differenze, non mi sentivo a mio agio.
Quelle differenze apparenti avrebbero provocato in un secondo momento un atteggiamento discriminatorio degli altri che si sarebbe tradotto in violenze fisiche e verbali verso di me..
Ero diverso, ergo non capito, dovevo soccombere…
Dannazione…ma io dov’ero???

La forza contemplativa della campagna…

Così scrivevo 3 mesi fa quando decisi di passare del tempo in campagna nella completa solitudine…

Ho la necessità di mettere le cose al loro posto. I miei rapporti, la mia nuova condizione, il mondo esterno. Riuscirò a trovare un equilibrio?
Sono in campagna. Preferisco lasciare la mia casa troppo caotica per pensare e raggiungo il mio angolo di paradiso.
Sono ancora rimbambito per la nottata insonne. Qui, mi pare di essere entrato in una dimensione dalla quale vorrei ripartire. E’ bella la campagna. Mi immergo totalmente in questa giornata assolata, lievemente ventilata, nel completo silenzio. Non si sente voce umana. Solo la musica rasserenante degli uccellini che ti fanno realizzare di non essere l’ultimo essere vivente sulla faccia della Terra.
Chiunque dovrebbe ripartire da qui…
Da stamattina sento solamente la mia voce nella testa. Lascio spazio all’inconscio. Non ho ancora proferito le solite false parole che escono dalla mia bocca e che mi connotano al mondo. Sono io, solamente io in una pace assoluta. Che stupido aver compreso solo ora le potenzialità della mia sacra campagna, acquistata e curata dai miei come se fosse un figlio. Stare qui e anche un modo per rendere onore a loro e mi balenano idee, progetti da pianificare per rendere la mia campagna ancora più vivibile. Non sarebbe male trasferirmici per un periodo. Che grande giornata…
Ottima idea prendere il cortisone per evitare i soliti starnuti e lacrimazioni da allergia. Che bella la campagna…
Non ha orari la campagna. E’ tutta in ogni momento tremendamente e ugualmente bella.
Ti scombussola le abitudini e tu puoi soltanto lasciarti cullare in questo spazio/tempo lontano da casa tua.
Bisogna fare i conti con se stesso. Prima dell’annuncio della grande verità. Io ho dormito e adesso sento le mani pesanti che appoggiate sulla tastiera vanno spedite.
Mi sento come il Bernardo Soares di Pessoa. Inquieti scandagliamo la realtà e i sogni insonni che ci accompagnano. Ma io devo prendere il volo. Non posso rimanere qui.
Se penso che domani possa essere l’ultimo giorno della mia vita mi sento un coglione per tutto il tempo sprecato. Ho dato valore alle cose futili e fantasticavo anche io di vivere in terre lontane, di lavorare all’aria aperta e di amare qualcuno follemente. Devo trasformare questo in realtà. A differenza di Bernardo io riesco un po’ a dormire e i miei incubi mi chiariscono ulteriormente tutti gli errori che sto compiendo. Ho pensato tante volte oggi su come avrei potuto comunicare in un gruppo di miei simili. Come la mia richiesta di aiuto dovesse essere chiara, sintetica, non banale. Perché è giusto entrare nel contesto che mi appartiene. Mi dovrei lasciare abbandonare senza spiegare nulla a nessuno. Tenendo in conto che quello che sto facendo è esclusivamente la realizzazione del mio essere.
E’ normalità assoluta…