Dubbi esistenziali: …io dov’ero?

Nel processo di miglioramento che ho iniziato e che riguarda quasi tutti gli ambiti della mia vita, mi soffermo ad analizzare le cose (fatte, dette) delle persone che provengono dal mio stesso retroterra.
Mi domando: “Ma…io dov’ero? Perché ho perso certe esperienze? Come faccio a non conoscere fatti o cose delle quali tutti parlano?
Questo processo mentale parte quando amici parlano per esempio di una canzone, di un tormentone, di un gioco, un fatto, un aneddoto fissati nel passato di cui tutti sanno, di cui tutti parlano tranne me. Perché?
Forse non c’ero. Boh
Ma quel non essere non si riferisce alla presenza fisica in un luogo ma alla mia condizione di totale assenza nella vita. Un non vivere fluttuante lontano dalle cose comuni e alimentato dalle cose del proprio mondo.
Il mio atteggiamento da bambino solitario poco incline al rapportarsi con gli altri mi ha permesso di creare un punto di vista unico e diverso dagli altri che ne condividevano l’essenza.
Al mio dubbio esistenziale potrei rispondere che ero nella realtà costruita da me e costituita da ciò che osservavo. Questa mia diversità mi portava a preferire la lettura dell’Ivanhoe di Walter Scott in estate al posto di giocare a pallone in strada,
sostituire la filatelia alla collezione delle figurine Panini, evitare di richiedere scarpe e vestiti alla moda privilegiando un abbigliamento più classico e retrò.
Parlavo una lingua diversa dal resto dei miei coetanei…
Un altro fattore che ha contribuito ad ampliare il gap è stata la generazione dei miei genitori: nati nell’immediato dopo guerra, avevano ricevuto una educazione rigida che addestrava al sacrificio e al senso pratico e non dava spazio alle futilità. Erano sempre tra i genitori più grandi e non possedevano ingenuamente gli strumenti per cogliere quelle piccolezze che all’interno di una classe, di un gruppo parrocchiale influenzavano la condivisione e l’integrazione in tenera età.
Oggi realizzo che mancano nella mia giovinezza quei tratti tipici, distintivi che tanto hanno caratterizzato quella dei miei coetanei.
Non ero mai sul pezzo. Non stavo sulla stessa lunghezza d’onda dei miei amici.
Percepivo le differenze, non mi sentivo a mio agio.
Quelle differenze apparenti avrebbero provocato in un secondo momento un atteggiamento discriminatorio degli altri che si sarebbe tradotto in violenze fisiche e verbali verso di me..
Ero diverso, ergo non capito, dovevo soccombere…
Dannazione…ma io dov’ero???

La forza contemplativa della campagna…

Così scrivevo 3 mesi fa quando decisi di passare del tempo in campagna nella completa solitudine…

Ho la necessità di mettere le cose al loro posto. I miei rapporti, la mia nuova condizione, il mondo esterno. Riuscirò a trovare un equilibrio?
Sono in campagna. Preferisco lasciare la mia casa troppo caotica per pensare e raggiungo il mio angolo di paradiso.
Sono ancora rimbambito per la nottata insonne. Qui, mi pare di essere entrato in una dimensione dalla quale vorrei ripartire. E’ bella la campagna. Mi immergo totalmente in questa giornata assolata, lievemente ventilata, nel completo silenzio. Non si sente voce umana. Solo la musica rasserenante degli uccellini che ti fanno realizzare di non essere l’ultimo essere vivente sulla faccia della Terra.
Chiunque dovrebbe ripartire da qui…
Da stamattina sento solamente la mia voce nella testa. Lascio spazio all’inconscio. Non ho ancora proferito le solite false parole che escono dalla mia bocca e che mi connotano al mondo. Sono io, solamente io in una pace assoluta. Che stupido aver compreso solo ora le potenzialità della mia sacra campagna, acquistata e curata dai miei come se fosse un figlio. Stare qui e anche un modo per rendere onore a loro e mi balenano idee, progetti da pianificare per rendere la mia campagna ancora più vivibile. Non sarebbe male trasferirmici per un periodo. Che grande giornata…
Ottima idea prendere il cortisone per evitare i soliti starnuti e lacrimazioni da allergia. Che bella la campagna…
Non ha orari la campagna. E’ tutta in ogni momento tremendamente e ugualmente bella.
Ti scombussola le abitudini e tu puoi soltanto lasciarti cullare in questo spazio/tempo lontano da casa tua.
Bisogna fare i conti con se stesso. Prima dell’annuncio della grande verità. Io ho dormito e adesso sento le mani pesanti che appoggiate sulla tastiera vanno spedite.
Mi sento come il Bernardo Soares di Pessoa. Inquieti scandagliamo la realtà e i sogni insonni che ci accompagnano. Ma io devo prendere il volo. Non posso rimanere qui.
Se penso che domani possa essere l’ultimo giorno della mia vita mi sento un coglione per tutto il tempo sprecato. Ho dato valore alle cose futili e fantasticavo anche io di vivere in terre lontane, di lavorare all’aria aperta e di amare qualcuno follemente. Devo trasformare questo in realtà. A differenza di Bernardo io riesco un po’ a dormire e i miei incubi mi chiariscono ulteriormente tutti gli errori che sto compiendo. Ho pensato tante volte oggi su come avrei potuto comunicare in un gruppo di miei simili. Come la mia richiesta di aiuto dovesse essere chiara, sintetica, non banale. Perché è giusto entrare nel contesto che mi appartiene. Mi dovrei lasciare abbandonare senza spiegare nulla a nessuno. Tenendo in conto che quello che sto facendo è esclusivamente la realizzazione del mio essere.
E’ normalità assoluta…

Mio padre…

Quante volte ho incrociato lo sguardo di mio padre e mi sono chiesto se lui sapesse della mia omosessualità (?)… Pensavo spesso al dispiacere che gli recassi di avermi come figlio.
Gli altri ragazzi parlavano delle prime fidanzatine, altri (più decisi) le portavano anche a casa. E io??? Come riusciva mio padre a giustificare l’assenza di una ragazza accanto a me??? Forse (?)…motivava il tutto col fatto che ero un ragazzo timido e solo. Immaginava quindi che fossi goffo con l’altro sesso e come succede a molti, un giorno come probabilmente si immaginava nella testa avrei aperto la porta di casa e avrei chiamato i miei genitori per presentare la mia ragazza (Purtroppo questo non sarebbe mai accaduto…).
Lui mi ha sempre spronato a migliorare. Voleva che fossi più attivo, più aperto, e stessi in mezzo agli altri ma sono passati tanti anni prima che mi emancipassi e stringessi rapporti veri e sinceri con gli altri.
Siamo molto diversi lui: sportivo, curato, punto di riferimento, determinato; io: ponderato, fuori forma, pigro, gregario. Quasi sicuramente non avrebbe voluto un figlio come me, però non mi ha mai privato del suo sostegno. Avrei voluto regalargli almeno un immagine di me più attiva, decisa, capace, ma non potevo fingere un carattere diverso dal mio.
Quando ero in crisi per via della mia facoltà, mio padre senza che gli dissi nulla ebbe l’arguzia di comprendere il mio problema e mi dimostrò tutta la sua sensibilità e solidarietà spronandomi ad andare avanti e a scegliere una nuova facoltà.
Ero estremamente sollevato. Provavo una profonda gioia.
Mi capitava di immaginare che lui sapesse tutto da sempre.
Qualche anno fa quando gli hanno diagnosticato una gravissima malattia neurodegenerativa io sono impazzito. Sono stato assalito da ansia e depressione. Mio padre che si era sempre occupato di noi ora aveva bisogno di me.
In quel momento frequentavo l’università. Non avevo nessuna responsabilità e limiti. Avevo una paghetta settimanale. Ero totalmente dipendente da mio padre. Ero particolarmente immaturo. Non avrei mai potuto immaginare che mi sarebbe capitato un dramma così devastante.
Siamo abituati a osservare con grande distacco certe realtà finché poi ci ritroviamo impreparati a viverle a casa. Sono dovuto crescere velocissimamente, dovevo badare a mio padre. Dovevo organizzare il nuovo assetto domestico. Dovevo aiutare mio padre ad accettare questa dannata malattia. Dovevo pensare a portare avanti una casa. Dovevo occuparmi anche di mia madre. Mia madre era già malata da tempo e mio padre era riuscito magistralmente a non caricarci di questo peso. Io fino a quel momento non avevo mai realizzato che mia madre avesse bisogno di aiuto. Nonostante il suo problema ero sempre riuscito a vederla nel suo ruolo di madre che magari faceva fatica rispetto alle altre madri ma più o meno riusciva a occuparsi di noi.
In pratica mi sono trovato a fare il capo-famiglia senza che l’avessi voluto, senza nessuna abilità, senza sapere nulla.
Che grande difficoltà all’inizio. Non avevo l’idea da dove iniziare e non potevo contare su nessun altro famigliare che non fosse mia sorella che sembrava totalmente in balia delle onde.
Bisognava farsi forza. Mascherare le ansie, le paure. Mostrare tranquillità e sicurezza. E andare avanti…
Mio padre aveva bisogno di me. La mia omosessualità ancora per una volta poteva aspettare…

Bullizzato (?)

Impaurito dal mondo, spesso rimanevo solo a casa, mogio sul mio letto, quando invece i miei coetanei gareggiavano a chi creasse più scompiglio nel quartiere.
Ero un ragazzino sfigato degli anni ’90 che aveva paura degli altri.
Quante volte mi sarà successo di rimanere a casa e mio padre mi spronava a vestirmi e stare con gli altri. Quanta ansia. Avevo paura di essere preso in giro, di essere giudicato. Per me era uno shock ricevere insulti e violenze. Provavo a difendermi ma davanti a tale crudeltà e tracotanza rimanevo attonito. Non capivo le ragioni. Era tutto molto fine a se stesso. Spesso ritornavo a casa completamente scosso e agitato con l’idea che avrei dovuto reagire, avrei dovuto far sentire la mia voce. In realtà l’istinto di sopravvivenza mi spingeva a evitare i luoghi del misfatto e quelli frequentati dai miei carnefici.
Prima non si parlava di bullismo…ed era pratica alquanto comune e per certi versi giustificata che il più forte in ogni contesto dovesse prendere sopravvento sul più debole. Rispetto a oggi certi comportamenti sociali funzionavano diversamente, specialmente per le limitate capacità di diffusione delle notizie. Un bullo di oggi può contare sui social per ottenere una certa popolarità che lo investe del titolo di re del branco o addirittura re del web se le situazioni prendono una strana e brutta piega. Prima il campo di azione del bulletto e la diffusione delle sue malefatte era limitato al quartiere di paese. Non si immortalavano questi episodi violenti come viene fatto oggi. Oggi alla prima baruffa tutti i ragazzi sono pronti con il cellulare a riprendere questo spettacolo deplorevole. Nessuno interviene più a interrompere lo scontro. Prima c’era maggiore coscienza. Si comprendevano i limiti e si dava maggiore importanza ai rapporti umani.
Noi sfigati degli anni ’90 dovremmo ringraziare probabilmente l’arretratezza tecnologica del tempo se siamo riusciti a razionalizzare questi eventi traumatici e siamo riusciti ad andare avanti sfuggendo alla sorte nefasta di molti ragazzi bullizzati di oggi giorno. Forse siamo salvi proprio per quello. La poca visibilità del nostro bulletto o dei nostri castighi ci ha salvato. Abbiamo evitato che anche la rete potesse infierire su di noi.
Durante le scuole medie capitava tra noi ragazzi di prendere in giro le nostre madri e sorelle. Era un modo goliardico per passare del tempo. Si raccontavano storielle, si intonavano canzoncine. Tutto sembrava al quanto democratico. Con l’avanzare del tempo però si consolidava una certa ostilità nei miei confronti. Proprio a partire da quelli che reputavo amici avvenne una campagna contro di me. Non credo ci fosse l’intenzione di prendermi di mira anche perché non c’erano validi motivi però su di me questo sbeffeggiamento aveva un effetto rilevante perché mi offendevo parecchio e più provavo a difendere me e quindi mia sorella da quelle accuse infondate, più il fenomeno diventava ostile…
Fu inventato un acronimo che riguardava mia sorella e che mi veniva rivolto per offendermi. Dalla classe questo fenomeno iniziò a espandersi a macchia d’olio.
Compagni di classe, di gioco, ragazzini della chiesa, sconosciuti, quando mi vedevano pronunciavano a voce alta quell’acronimo, o canticchiavano un motivetto.
Qualcuno addirittura scriveva sui muri. Dopo aver tentato tante volte di placare questi sfottò alla fine decisi di accettare la mia condizione di vittima sacrificale con la speranza che da grande tutto ciò si sarebbe risolto.
Anche quando tutto sembrava finito, ho convissuto per anni con la paura di essere preso in giro e di trovare in giro i miei carnefici.
Adesso tutto questo mi sembra molto distante ma mi accorgo che ancora oggi porto con me gli strascichi di quella brutta esperienza. Sono estremamente diffidente nei confronti del prossimo. Ricerco consenso sociale. Preferisco non esprimere il mio parere perché non voglio generare ostilità.
Penso che magari senza quel periodo sarei stato più sgombro mentalmente dalle strutture che mi hanno ingabbiato.
Mi sarei sentito più libero…sarei stato più sincero…e soprattutto avrei avuto coraggio di esprimermi…
Abbiamo il dovere di dare la giusta risonanza al fenomeno, segnalare una violenza, esortare i più giovani e i leoni da tastiera a sensibilizzare con il concetto di empatia, difendere il più debole, educare il bullo.
Proteggiamo la vita…

Spirale di inerzia

Il tempo passava inesorabilmente ed io ero entrato in una spirale di eventi che determinavano la mia vita.
Andavo avanti per inerzia mosso dall’apparente stabilità basata sulla finzione che ero riuscito più o meno consapevolmente a creare.
La passione per le cose nuove si trasformava in fallimento nel lungo periodo e puntualmente mi trovavo da solo con i miei punti fermi: la chiesa, la famiglia e gli amici, per i quali era naturale il mio sacrificio.
Sembrava che avessi accettato la mia condizione di inetto e che la mia vita fosse votata esclusivamente al bene dell’altro. I miei insuccessi minavano la mia autostima e l’imprescindibilità dagli altri diventava sempre più netta.
Nello specifico abbandonai dopo due anni la mia facoltà perché non mi piaceva e non riuscivo a concentrarmi durante lo studio. Ricoprivo sempre il ruolo dell’educatore ma la mia dedizione non era più la stessa. E così con tutto. Non ero lucido. Facevo valutazioni errate. Non riuscivo a raggiungere nessun obiettivo.
Vivevo tra le nuvole e spesso la mia mente vagava e mi ritrovavo a fare i conti con la mia condizione irrisolta che mi costringeva ad abbandonare la sicurezza del mio mondo.
Mi sentivo spesso incompreso e passivamente accettavo quello che la vita mi concedeva. Come sarebbe stato mai possibile in questa immobilità manifestare la mia vera persona senza pagarne le conseguenze?
Ero troppo debole e facilmente influenzabile dalle situazioni. Avrei avuto bisogno di qualcuno che mi avesse preso per mano per insegnarmi lezioni di vita.
Proprio quando almeno temporalmente avrei dovuto iniziare a prendermi cura di me stesso emancipandomi ho dovuto fronteggiare i miei drammi più grandi: le malattie dei miei genitori.
Non riuscì nemmeno a tentare di far sentire la mia voce che fui subito rigettato nel ruolo del buon samaritano. Dovevo essere figlio, in un certo senso anche padre.
Tutto il resto poteva, anzi doveva per l’ennesima volta aspettare…

Educatore in chiesa…

Passavano gli anni e io andavo avanti fingendo di nulla.
La mattina ero a scuola, il pomeriggio studiavo e la sera spesso in chiesa.
Ero un ragazzo modello. Un bel esempio per la comunità.
Diventai educatore durante l’Università. Ero molto felice. Decisi di impegnarmi anima e corpo in questa nuova esperienza. L’idea di stare a contatto con i più giovani e di avere la possibilità di diventare un loro punto di riferimento mi stimolava parecchio.
Adesso potevo concentrare l’impegno profuso in Chiesa anche attraverso questo incarico che anche rafforzava la mia identità di ragazzo di Chiesa da solidi principi morali cattolici.
Il mio segreto era al sicuro…
Per anni preparavo gli incontri con gli altri educatori, trattavo tematiche di vario genere, sostenevo i ragazzini e cercavo di essere il migliore esempio possibile per loro. Organizzavamo i campi-scuola che si tenevano in estate e che rappresentavano il più alto livello spirituale e operativo dell’anno. Assistevo a tantissimi momenti di preghiera.
Credevo di aver raggiunto una pace interiore e che la mia opera fosse in sintonia con il disegno di Dio.
Avevo sentito tante testimonianze di persone che avevano lasciato tutto per vivere in fraternità o comunità per servire Dio mantenendo la condizione di laicità. Sembrava che quella potesse essere un interessante ipotesi di vita e spesso ci fantasticavo sopra. Pensavo, osservando la vita di questi che alla fine si potesse vivere anche senza una relazione con qualcuno e che non fosse poi così fondamentale la sessualità. Ero lanciatissimo in questa prospettiva di vita.
Per molto tempo mi sentii coinvolto da questo pensiero però mi accorgevo che differentemente da questi “eletti” io non avevo il coraggio di lasciare tutto per immergermi in questo mondo puro.
Nonostante la mia dedizione alla Chiesa e il tentativo di perfezionare la mia spiritualità rimanevano radicati in me impulsi che non riuscivo e che non volevo soddisfare e che mi conducevano irrimediabilmente a prendere coscienza di me stesso. Mi sentivo impuro.
Dovevo fare i conti con me stesso. Questa non era la mia vita.

Il potere del No

(Il mio nuovo percorso di crescita parte da qui.)
Ogni giorno assecondavo le richieste di tutti. La famiglia, gli amici e i colleghi sapevano già che la mia risposta sarebbe sempre stata affermativa e io ogni volta con un bel sorriso stampato sul volto pronunciavo il mio SI’.
Dovevo rendermi sempre disponibile. Ero considerato altruista e generoso e non potevo disattendere le aspettative degli altri. Il mio obiettivo di vita era aiutare il prossimo. La mia era diventata una missione. La gente intanto mi apprezzava. Il consenso sociale mi faceva sentire bene.
Con l’avanzare degli anni e con l’aumentare delle richieste di aiuto sempre più insistenti e fuori luogo notai che quando vedevo gli altri avvicinarsi per chiedermi qualcosa, mi agitavo, percepivo calore sul viso e quando dicevo SI mi assaliva l’ansia perché così sarei stato costretto a occuparmi di un nuovo impegno altrimenti avrei deluso il richiedente e ciò non doveva assolutamente accadere.
Non potevo andare avanti così…
Mi sono rivolto alla psicoterapia per risolvere alcuni problemi e un giorno che il dottore parlò del numero 1 e del numero 2 che sono presenti in ciascuno di noi allora realizzai quello che succedeva in me. In pratica il numero 1 sarebbe la nostra reale personalità, il nostro IO, che vorrebbe emergere e che invece noi facciamo tacere per dare spazio al numero 2 che ubbidisce alle regole della società, al senso del dovere, si allinea alle convenzioni e cerca irrimediabilmente il consenso sociale.
Concretizzavo finalmente di aver sbagliato tutto sino a quel momento…
Capii che ero totalmente dipendente dagli altri, dal loro riconoscimento e sebbene sapessi in fondo al mio cuore di sentirmi spesso usato, sfruttato il mio numero 2 rispondeva sempre di SI a chiunque perché io senza gli altri non avrei avuto ragion d’essere. Il mio non era assolutamente un SI sincero. Il mio SI era un obbligo. Dovevo piacere agli altri, dovevo occuparmi della mia famiglia, dovevo essere collaborativo con i miei colleghi…DOVERE, DOVERE, DOVERE
E io? Il mio numero 1?
Quella seduta fu illuminante. Avrei dovuto cambiare qualcosa. Dovevo provare a dire NO. Non era facile però per un assistenzialista come no imparare a dire NO. Dovevo essere più sincero, esprimere il mio parere, prendere una posizione attiva. Dovevo dare spazio finalmente a questo numero 1 che probabilmente non aveva mai proferito parola. Basta la passività, basta essere succubi della società. Dovevo autodeterminarmi!!
Iniziai quindi a dire NO, che grande difficoltà. Subentrava spesso il senso di colpa per non aver aiutato qualcuno. Però d’altro canto iniziavo a sentirmi meglio. Diminuirono quelle ansie, quella agitazione. Sapevo quindi che stavo perseguendo la strada giusta. Realizzai che questo malessere che percepivo mentalmente e fisicamente era provocato dal mio numero 1 che si dimenava dentro di me ogni volta che dicessi SI. Dovevo dare importanza a queste reazioni. Dovevo soffocare il numero 2 e lasciare spazio al numero 1.
Quando dicevo NO mi accorgevo di recuperare un pezzo di vita. Mi sono ritrovato sgombro di pensieri e di affanni legati al mio mondo esterno. Avevo più tempo per me e potevo finalmente lavorare sulla mia persona. Provavo soddisfazione a dire NO a quelli che fino a qualche tempo fa credevano di controllarmi e adesso prendevano coscienza del mio essere. Mi circondavo di persone giuste che veramente mi volevano bene e non approfittavano della mia generosità.
Oggi mi dedico alle mie passioni. Progetto la mia vita senza dipendere da nessuno. Sono più libero e determinato. Mi reputo sempre altruista ma sono consapevole che non si possono aiutare gli altri se prima non si sta bene con se stessi. Ho preso nuovamente le redini della mia vita.
Ringrazierò sempre il NO per il forte potere terapeutico che ha avuto in me. Il NO è il primo passo per l’autodeterminazione, è fondamentale per l’emancipazione ed è la più forte espressione di protesta esistente.
Bisogna partire dal NO per riconquistare la propria vita…

La mia scelta

Non avrei mai potuto fingere di essere un altro. Anche se prima della consapevolezza della mia condizione avevo fatto il mio tentativo contro natura, cioè contro i miei veri sentimenti. Ho provato nella mia vita a interessarmi di alcune ragazze pensando costantemente che prima o poi la passione, l’attrazione sarebbe giunta. In realtà tutto rimaneva tiepido e finiva glacialmente.
Che dramma! Ok…Mi piacciono i ragazzi…e ora???
Non avrei mai dovuto smentire la mia immagine da bravo ragazzo. Ero apprezzato per le mie buone azioni. Avevo maggiore sensibilità e maturità dei miei coetanei. Quando nascevano discussioni facevo subito da paciere. Il mio era un profilo gradito dalla mia comunità. Conveniva mantenere un bassissimo profilo. Non avrei dovuto permettere a nessuno di pensare che fossi omosessuale. Nessuno doveva conoscere la mia vera identità. Questo diventò il mio obiettivo.
Con estrema fatica andai avanti finché questa scelta di asessualità divenne l’abitudine. Mi ero auto evirato. Vivevo nella castità. Mai nessuno avrebbe dovuto pensare che fossi gay. Coltivavo segretamente l’idea di un rapporto che probabilmente non avrei mai avuto.
Quante difficoltà nel condividere momenti con i miei amici che parlavano sempre di ragazze. Come è dura parlare di argomenti che non suscitano il tuo interesse e quanti dubbi potevano suscitare i miei silenzi e l’impraticabilità dei rapporti con l’altro sesso. Ero molto preoccupato. Forse questo non fare nulla, questa passività, apatia avrebbe potuto insinuare il dubbio. Quanto sarei voluto entrare nella testa dei miei amici per capire cosa stessero pensando realmente, specialmente quando magari cercavo affetto attraverso un abbraccio disinteressato.
Avranno pensato che fossi ricchione??? Boh…più sì che no.
In realtà specialmente per molti la mia partecipazione assidua in chiesa associata al mio celibato nascondeva l’interesse nel intraprendere un percorso più intimo, più spirituale che corrispondeva a diventare prete. Non tardò il giorno in cui a Roma il mio prete, mentore, figura di riferimento, educatore (tutto insomma…) si avvicinò e per la prima volta in vita sua usò un giro di parole per comunicarmi che aveva visto in me da sempre un ragazzo serio, generoso, educato, rispettoso e che secondo lui avrei dovuto prendere i voti. Rimasi scandalizzato. Fu una sensazione stranissima, arrossì per il profondo imbarazzo. Mi allontanai. Di notte non chiusi occhio e quando me lo ritrovai il giorno dopo davanti lo silurai dicendo che avrei voluto creare una famiglia. Non ne parlammo più.
Immagino quanti più deboli di me nel corso del tempo con cattive guide (la mia non lo era, anzi) siano stati suggestionati a compiere questa scelta quando magari la Soluzione risiedeva altrove. Forse saranno gli stessi che adulti scandalizzeranno il mondo quando saranno scoperti.
La mia scelta prevedeva il nulla. Il nulla generava il dubbio. Meglio il dubbio della verità. E così gli anni passavano e con l’amore messo da parte il più grande interesse era rappresentato dagli amici.

Andare avanti…

Assurdo!!! Proprio io…quello che voleva un’esistenza facile, senza problemi, pianificata secondo le conformità dell’uomo medio.
Perché mai mi piacevano persone del mio stesso sesso? Perché non riuscivo a provare attrazione per le ragazze? Questi quesiti mi bombardavano la testa e io non riuscivo a dare risposte. Eppure immaginavo che quelli scambi di affetto con dei miei amichetti dell’infanzia dovessero essere soltanto episodi isolati senza senso ai quali non bisognasse riservare nessuna attenzione, avvenuti magari perché mossi dalla curiosità. In realtà solo oggi realizzo che stavo incubando qualcosa che mi avrebbe segnato per sempre l’esistenza.
I più intolleranti, i super-cattolici, i sostenitori della famiglia “tradizionale”, gli estremisti di destra, i movimenti conservatori di tutto il mondo definiscono i gay come esseri contro natura. Sono considerati come dei disturbati, perversi, lussuriosi, amanti delle orge, capaci di compiere atti osceni, sodomiti, in pratica assoluti violatori della morale cristiana. Peccatori di prima specie destinati a bruciare nelle fiamme dell’Inferno.
Quello che viene affermato è che l’omosessualità sia considerata una scelta di perversi incuriositi. Una pratica sessuale, un comportamento riprovevole che potrebbe essere corretto abiurandolo e ritornando alla “normalità” magari dopo un percorso assistenziale presso delle comunità che ti dovrebbero riportare sulla “retta via”, facendoti sicuramente il lavaggio del cervello. Peccato che non sia così. E’ profondamente una cazzata.
Parliamoci sinceramente. Chi dovrebbe scegliere di far parte di questa minoranza di persone che viene spesso criticata, molestata, perseguitata e addirittura assassinata. Solo un pazzo farebbe una scelta del genere. E vi assicuro cari amici che non credo di essere pazzo, né io e nemmeno tutti quelli come me. Io non ho mai cercato una vita “spericolata” anzi ho sempre preferito rispettare le regole e ascoltare i grandi. A me il vestito del marito lavoratore con la moglie che accudisce i figli sarebbe calzato a pennello.
Quindi, che senso avrebbe per uno come me: sempre prudente, rispettoso, per certi versi pavido, “scegliere” di entrare in un contesto del genere posto perennemente sotto la lente d’ingrandimento? Nessuno, assolutamente nessuno.
Non puoi combattere contro i tuoi sentimenti, quello sì che sarebbe contro natura.
Perché sì, si tratta di sentimenti. Gli omosessuali sono mossi dagli stessi sentimenti degli eterosessuali ma hanno grandissime difficoltà per poterli manifestare alla luce del sole.
Per quale motivo dovrei annullare le mie pulsioni per intraprendere una vita basata sulla falsità? Perché dovrei prendere in giro probabili amanti, figli e affetti vari?
Vorrebbero omologarci, costringerci a vivere nella menzogna. Tanto anche se non si dice è l’apparenza quella che conta. Tu sei quello che fai. Quindi tutti quanti noi potremmo fare i maritini perfetti, andare in chiesa e rappresentare la famiglia tradizionale ma alimentare segretamente interessi criminalizzati dalla società. Questo atteggiamento abominevole che annulla l’identità umana purtroppo è diffuso. Molti hanno dovuto rinnegare se stessi per intraprendere una falsa esistenza perché tanta era ed è la pressione omofoba dei gruppi di potere che influenzano le menti. Questa sarebbe dovuta essere anche la mia storia. Ci ho pensato! Però ho sempre considerato la cosa ingestibile perché quando annulli te stesso prima o poi devi fare i conti con la tua coscienza e non puoi evitare che la tua vera natura emerga, specialmente dopo tanti anni di ibernazione, e travolga completamente la tua realtà. Ho fatto fortunatamente (?) un’altra scelta.

Chi (ben) comincia è a metà dell’opera (?)

E’ sera e mi accingo a scrivere la prima pagina della mia vita.
Qualcuno potrebbe pensare che sono appena nato. In realtà è che dopo 30 anni ho deciso di assumermi le mie responsabilità davanti a me stesso e al mondo.
Mi sono sempre nascosto e spesso mi sono sentito come un rifugiato che scappa dal suo aguzzino. Che senso ha vivere così?!
Non posso più perdere tempo! Mi piacerebbe possedere una macchina del tempo per tornare indietro e rivivere diversamente tante situazioni. Purtroppo non è possibile. Mi resta guardare avanti e cercare di creare un futuro alla luce del sole.
Per tutti questi anni ho finto. Mi sono creato una maschera. Quella del bravo ragazzo che non delude mai i genitori, che va bene a scuola, che frequenta la Chiesa e che aiuta gli altri. Questa è l’immagine che mostravo e che in realtà non mi dispiaceva di trasmettere almeno sino alla adolescenza. In effetti mi confortava avere quel ruolo nel mondo. Sapevo che era la cosa giusta da fare e quindi avrei dovuto soltanto proseguire su quella strada già segnata (da altri) per essere felici. Il percorso avrebbe previsto fidanzarsi con una ragazza che avrei dovuto presentare alla mia famiglia, la laurea, la ricerca di un lavoro, il matrimonio, i figli ecc ecc…
Così doveva essere, e l’idea non mi dispiaceva. Che tranquillità, che serenità vivere nel conformismo.
Far parte della maggioranza. Che bello sapere che nessuno ti avrebbe mai potuto giudicare negativamente se avessi seguito il percorso.
Passavano gli anni, mi dedicavo attivamente della mia parrocchia diventando educatore e occupandomi dei più giovani, proseguivo gli studi, mi laureavo…Mi sentivo apprezzato. Avevo consenso sociale.
Ma solo parzialmente le cose andavano secondo il cammino stabilito dall’uomo medio italiano.
Arrivava l’adolescenza e i miei amici avevano le prime esperienze con le ragazze e io intimidito rimanevo in disparte, incuriosito ma non completamente convinto che fosse arrivato il mio momento.
Assumevo un atteggiamento passivo. Qualche ragazza sembrava interessata però rimanevo sempre sulle mie, perdevo occasioni e non coglievo i segnali. Provavo a fare qualcosa ma sembrava sempre una grande forzatura per me stesso.
Lasciai perdere.
Realizzai che ero attratto dal mio stesso sesso. Seppi quindi dare un senso a degli episodi del passato che avevo trascurato coscientemente perché credevo fosse solo qualcosa di occasionale che non meritava nessun tipo di analisi o scrupolo di coscienza.
Mi piacevano i ragazzi e…non andava affatto bene.