Outing: Sì? No?

Mi capita di pensare sulla utilità di fare outing…
Credo che l’orientamento sessuale di un individuo sia esclusivamente una caratteristica che non dovrebbe in nessun modo determinare l’accettazione o meno di qualcuno nella società.
Io immagino una relazione omosessuale come una relazione eterosessuale: un rapporto vissuto serenamente, naturalmente senza l’intrusione di chi si sente legittimato a esprimere necessariamente un giudizio. Così dovrebbe essere…perciò l’outing è un fenomeno che andrebbe a porre risonanza a un qualcosa che non dovrebbe essere un argomento di discussione…E’ un’altra porzione di realtà, come tante altre, che esiste e si accetta senza dover essere giudicata.
Scrivo “giudicata” perché chiunque si sente in dovere di esprimere un parere sul tema dell’omosessualità e di entrare quindi in questo dibattito molto complesso e disordinato.
Io credo se ne parli troppo…e molto male. Bisognerebbe abbassare i toni, chiarire l’argomento e veicolare meglio il messaggio che spesso in certi eventi come il gay pride non giunge correttamente soprattutto tra le fasce sociali meno scolarizzate.
Purtroppo il mio punto di vista si staglierebbe in quel mondo utopico dove l’umanità della assoluta tolleranza tutto accetta, nulla critica e si emoziona davanti alla straordinaria varietà della natura.
Questo mondo non esiste, e io sono costretto a fare outing prima che qualcuno lo capisca, prima che ci siano delle prove, prima che si diffonda la notizia. Devo evitare che ci siano degli equivoci e delle errate interpretazioni. Per tutelare la mia persona dagli occhi indiscreti del paese, dallo scherno dei balordi, dalle risa dei ragazzini devo chiarire la mia posizione. Devo rendere pubblico un aspetto della mia vita privata.
Devo dichiararmi!
Mi chiedo come sarà: contatterò magari qualche amico, gli dirò che non avrò mai una moglie (forse capirà…) e lui mi chiederà probabilmente se potrà fare davanti a me battute sui froci e forse sarà felice per me.
Forse gli amici di una vita mi accetteranno senza indugi dimostrandomi solidarietà.
E gli altri? Famiglia, educandi, ancora amici e conoscenti…???
Sono preoccupato per le reazioni a catena che potrei causare…L’imprevedibilità e la complessità del meccanismo che potrei avviare fa naufragare la mia intenzione di fare outing.
D’altro canto percepisco l’impotenza di fronte alla caccia al gay perpetrata dalla nostra società che indaga sulle vite e attende il momento del coming out che è diventato ormai un evento mediatico di diffusione anche mondiale.
Vedo gente che piange, che si dispera; chi lo racconta ai propri amici, ai propri genitori. Con la stessa enfasi di uno che comunica di avere una malattia incurabile infettiva che per evitare il contagio mondiale ha l’obbligo di dover avvertire tutti oppure con lo stesso atteggiamento di uno che mosso dai sensi di colpa ammette di aver fatto una strage.
E’ incredibile come sia radicata in noi la cultura del senso di colpa ogni qualvolta palesiamo nella nostra individualità qualcosa che non sia “naturale” e che di conseguenza si senta il dovere di chiedere per forza scusa a qualcuno.
Il coming out per come lo interpreto io dovrebbe essere un momento di condivisione sentimentalmente elevato da vivere con le poche persone veramente importanti degne dell’onore di essere partecipi di un momento così intimo.
Così dovrebbe essere…e forse così sarà per me…

Dubbi esistenziali: …io dov’ero?

Nel processo di miglioramento che ho iniziato e che riguarda quasi tutti gli ambiti della mia vita, mi soffermo ad analizzare le cose (fatte, dette) delle persone che provengono dal mio stesso retroterra.
Mi domando: “Ma…io dov’ero? Perché ho perso certe esperienze? Come faccio a non conoscere fatti o cose delle quali tutti parlano?
Questo processo mentale parte quando amici parlano per esempio di una canzone, di un tormentone, di un gioco, un fatto, un aneddoto fissati nel passato di cui tutti sanno, di cui tutti parlano tranne me. Perché?
Forse non c’ero. Boh
Ma quel non essere non si riferisce alla presenza fisica in un luogo ma alla mia condizione di totale assenza nella vita. Un non vivere fluttuante lontano dalle cose comuni e alimentato dalle cose del proprio mondo.
Il mio atteggiamento da bambino solitario poco incline al rapportarsi con gli altri mi ha permesso di creare un punto di vista unico e diverso dagli altri che ne condividevano l’essenza.
Al mio dubbio esistenziale potrei rispondere che ero nella realtà costruita da me e costituita da ciò che osservavo. Questa mia diversità mi portava a preferire la lettura dell’Ivanhoe di Walter Scott in estate al posto di giocare a pallone in strada,
sostituire la filatelia alla collezione delle figurine Panini, evitare di richiedere scarpe e vestiti alla moda privilegiando un abbigliamento più classico e retrò.
Parlavo una lingua diversa dal resto dei miei coetanei…
Un altro fattore che ha contribuito ad ampliare il gap è stata la generazione dei miei genitori: nati nell’immediato dopo guerra, avevano ricevuto una educazione rigida che addestrava al sacrificio e al senso pratico e non dava spazio alle futilità. Erano sempre tra i genitori più grandi e non possedevano ingenuamente gli strumenti per cogliere quelle piccolezze che all’interno di una classe, di un gruppo parrocchiale influenzavano la condivisione e l’integrazione in tenera età.
Oggi realizzo che mancano nella mia giovinezza quei tratti tipici, distintivi che tanto hanno caratterizzato quella dei miei coetanei.
Non ero mai sul pezzo. Non stavo sulla stessa lunghezza d’onda dei miei amici.
Percepivo le differenze, non mi sentivo a mio agio.
Quelle differenze apparenti avrebbero provocato in un secondo momento un atteggiamento discriminatorio degli altri che si sarebbe tradotto in violenze fisiche e verbali verso di me..
Ero diverso, ergo non capito, dovevo soccombere…
Dannazione…ma io dov’ero???

Mia madre…

Io non ero stato “pianificato”, come probabilmente ho già scritto. I miei non avrebbero voluto un altro figlio, però quando seppero della mia “presenza” decisero di proseguire la gravidanza. E dal giorno della mia nascita sento di aver instaurato un legame viscerale con mia madre.
A casa mia ho passato parecchio tempo con le donne che ho sempre rispettato, stimato e che a mio parere riuscivano nell’arduo compito di mantenere l’equilibrio all’interno della famiglia. Mio padre era spesso fuori casa, occupato con il lavoro. La mia infanzia è stata felice e protetta dalle donne: da mia madre, dalle mie zie. Ero l’ultimo dei cugini, il più piccolo di una famiglia (quella di mio padre) già un po’ vecchia, nella quale i primo dei miei pro-cugini (figli dei miei cugini) e io abbiamo una distanza di pochi anni. Mi ricordo di essere stato parecchio coccolato. Ero una sorta di mascotte per la mia famiglia e avevo un occhio di riguardo da parte di tutti perché portavo il nome di mio nonno. Insomma mi sentivo protetto e amato da tutti.
Mia madre che aveva lasciato il lavoro si occupava della mia crescita e di quella di mia sorella (più grande di me) e curava le relazioni con il resto della famiglia. Lavoro non facile assolutamente. Le discussioni spesso futili non mancavano.
Mia madre si occupava anche di mia nonna malata e dopo la sua morte di mio nonno rimasto vedovo e poco incline a svolgere le faccende domestiche nella sua piccola dimora.
La nostra è stata sempre una famiglia travagliata che però ha sempre trovato una soluzione alle difficoltà.
Ho stampato nella mia memoria il ricordo di mia madre che curatissima, profumata, truccata, vestita casual con jeans, scarpe ballerine, camicetta bianca, borsetta, occhiali da sole e una chioma fulva-bruna fluente mi accompagnava a scuola (spesso in ritardo perché doveva essere ineccepibile) con la sua 500 bianca. Mia madre era bellissima. Lei nonostante non avesse avuto mai avuto la possibilità di studiare, era una donna emancipata. Di umili origini si era sempre prodigata per la sua famiglia. Raffinata, elegante, introversa, silenziosa ha sempre dimostrato il suo amore verso di me e al tempo stesso come un sergente di ferro faceva rispettare le sue rigide regole in casa dove mi sentivo un po’ come un soldatino che prima o poi sarebbe stato richiamato a rapporto…Da bambino certe cose non si capiscono ma ora ringrazio tanto mia madre per l’educazione che ci ha impartito e del rigore che mi ha trasmesso e che riverso ovunque (croce e delizia della mia esistenza)…
Quante volte mi sono chiesto come fosse possibile che da genitori così belli sia nato un bruttino come me. I miei magri e modaioli (in alcune foto degli anni 80 sembrerebbero una coppia di attori hollywoodiani) da una parte… e io invece grassottello e nerd dall’altra…Bah!!!
Ogni volta che abbracciavo mia madre mi rasserenavo. Il suo calore mi avvolgeva…mi sentivo protetto e sicuro dallo schifo del mondo esterno.
Ho sempre ricercato mia madre. E lei cercava me…Ero il suo ometto e quando sono diventato grande ero il suo omone…
Io amo mia madre. E’ sempre stata l’unica vera donna della mia vita.
Poi tutto è cambiato…con l’avvento della malattia…una dannata malattia neurologica (tanto per cambiare)…
Ogni giorno da 15 anni lei diventa sempre di più la sua malattia e perde un tratto della sua personalità.
Come per mio padre, ho sentito l’obbligo di rimboccarmi le maniche per garantire il meglio anche per lei.
Ora rimane il suo amore che è immutabile, rimane intatto e vince sulla malattia.
I suoi sentimenti non sono cambiati affatto, cambia solo il suo modo di manifestarli.
Il suo carattere è mutato…si è semplificato. A sprazzi il suo atteggiamento mi ricorda lei prima della malattia, come se intervenisse la lucidità in lei con l’intento di rendersi riconoscibile ai suoi cari.
Lei non è più come prima. Adesso è una bambina nel corpo di una 70enne. Io nonostante tutto non perdo il momento di rivendicare il mio ruolo di figlio. I ruoli non si sono invertiti. Anche se i miei necessitano di me io rimango il loro figlio.
Ascolto e rispetto le loro parole. Nonostante tutto sono sempre il mio punto di riferimento.
Io e mia madre siamo legati da una relazione indissolubile. Lei si fida di me, mi dà ascolto. E’ come se nonostante tutto ci sia rimasto il linguaggio dell’amore che ci permette di comunicare.
Io sono e sarò per sempre il suo omone.

Sensazioni e impulsi: adolescenza

Fingevo con gli altri di essere un’altra persona però ogni giorno mi trovavo a fare i conti con me stesso.
Per me parlare di sessualità era sempre stato un tabù, non solo per il personaggio che interpretavo ma anche per la parte più profonda del mio essere.
Non accettando questa condizione provavo a concentrarmi su altro ma la mente vagava e si soffermava sempre sul solito motivo.
Che grandissima difficoltà gestire le relazioni con persone del mio stesso sesso!
Mi sono imposto sempre un grande auto-controllo. Non mi sarei mai potuto sbilanciare. C’erano degli episodi che mi imbarazzavano particolarmente. Quando per esempio si scherzava e mi trovavo a lottare a volta avvinghiato attorno al corpo di un altro amico oppure quando era il momento delle docce dopo la partita di pallone e vedevo questi corpi nudi. Ero combattuto. Quel contatto fisico, quelle visioni a volte mi turbavano. Provavo vergogna.
Non volevo, non dovevo approfittarmi di nessuno. Eppure mi sentivo come un ladro vigliacco che ruba a dei ciechi. Perché gli altri del mio stesso sesso erano ciechi (almeno all’inizio) ed io riuscivo a mescolarmi bene.
A volte rimanere indifferenti a certe situazioni era impossibile. Mi pentivo quando riuscivo a rubare un abbraccio, una carezza o semplicemente sfioravo il corpo di un mio amico. Mi sentivo sporco. Non potevo sfruttare chi mi voleva bene, si fidava di me e si comportava genuinamente. Ero estremamente confuso. Erravo e non riuscivo bene a capire i miei veri sentimenti. (Qualcosa che in età matura avrei analizzato. Forte amicizia o amore? Che disperazione…)
Non potevo dare spazio ai miei impulsi. Meglio implodere.