
Solid qualcosa è un programma che ho avviato per migliorare (almeno credo) l’efficienza del mio computer. Procede molto lentamente. Evidentemente c’è tanto da processare e rimettere in sesto. Ripara, alleggerisce e mette in ordine.
“Se solo fossi un computer”. Mi piacerebbe essere sottoposto prima a un check-up che scova gli errori, le parti danneggiate, le ripetizioni, e dopo subire la riparazione, la ridistribuzione e l’eliminazione ove necessario, sempre in nome dell’efficienza e della semplificazione. Vorrei essere semplificato: funzionare in maniera semplice. Come quando faccio psicoterapia e permetto alla mia analista di penetrarmi, di attraversarmi, così Solid qualcosa fa lo stesso con il mio computer.
Nel mio caso, spero anche che la mia psicoterapeuta sia lei stessa strumento di diagnosi e di risoluzione dei miei mali; in realtà, è solo lo strumento per affrontare le mie oscurità. Dove il termine “solo” non vuole sminuire il suo ruolo, ma è frutto della mia delusione perché, essendo incapace di risolvere i miei mali, mi piacerebbe che se ne occupasse lei completamente. Non sono un ingrato, ma come sarebbe semplice così. Eviterei tempo, risorse ed energie per tentare di comprendere meglio me stesso. In realtà, nonostante sia consapevole del mio percorso, non riesco ancora a brandire la mia spada. Vorrei stare steso su un lettino con gli occhi chiusi, come se mi trovassi all’interno di un tubo dove si fanno le TAC. E alla fine, uscire rinnovato.
Rifletto sulla solidità e sull’importanza di essere solidi quando siamo chiamati a esprimere un’opinione, quando dobbiamo prendere una decisione. Perché lo stato solido ci permette di non scendere a compromessi. Che gli altri si adeguino a noi. Forse, dopo tutti questi anni, è arrivato il momento di mostrare la mia solidità. Senza la presunzione di essere i migliori o di cambiare gli altri, ma con la consapevolezza di non essere più disponibili a modellarsi per l’altro.
E casualmente mi risuonano le parole di un’opinionista che criticava la capacità di una concorrente di un reality di “contenere”. Di rendersi “recipiente”. Come se questo fosse un problema e impedisse alla sua personalità di emergere. C’è la necessità di manifestare se stessi al mondo. Di determinare. Senza però conformarsi agli altri. Senza rendersi ridicoli.
È fondamentale acquisire piena consapevolezza di se stessi. Sembra che questo percorso non sia mai destinato a terminare. Credo di essere noioso a ripetere sempre le stesse cose, ma ho la necessità di fissare bene nella mia mente quello che devo fare. Bisogna essere solidi per se stessi. Mantenere la schiena dritta. Rispettare le proprie posizioni. Avere coerenza con se stessi. Non assumere lo stato liquido. Nella solidità non esiste il bisogno di approvazione. Siamo noi ad approvare l’altro. A decidere se qualcuno deve far parte o meno della nostra vita. Non elemosiniamo la presenza o l’affetto di qualcuno. Diamo il giusto valore alle cose.
Le app di incontri diventano un semplice strumento per manifestare le tante sfaccettature che ci appartengono. Dove Grindr è una magra consolazione: capisci che puoi piacere, che puoi attrarre qualcuno, ma ogni dialogo diventa una tortura. Come se mi stessi preparando al patibolo, rappresentato dall’ipotesi di un appuntamento.
Solid qualcosa può funzionare sulle macchine, non per l’essere umano. Per la sua complessità, la sua moltitudine, lo spirito, l’essenza. La materia delle macchine è più semplice della nostra materia e solo noi siamo gli unici risolutori di noi stessi. La psicoterapeuta mi fornisce gli strumenti per cambiare, finalmente, me stesso. Nessuno conosce se stesso meglio di noi.
Non interroghiamoci troppo: agiamo e diamo più risonanza all’impulsività.
Viviamo, semplicemente…

